Redazione20 luglio 20144min

Aziende, formazione e welfare: Starbucks paga l’università ai dipendenti

Formazione universitaria e lavoro, un equilibrio difficile. Fino a una decina di anni fa la loro conciliazione era di fatto impossibile: o studiavi o lavoravi, e nella stragrande maggioranza dei casi il tempo dello studio precedeva quello dell’occupazione professionale. Nell’aprile del 2003 anche in Italia comincia ufficialmente quella mini-rivoluzione che già era stata attuata (e con successo) nel mondo anglosassone: nascono le università telematiche, che – regolarmente autorizzate dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca – danno la possibilità alle persone di studiare e continuare a lavorare, sfruttando la straordinaria flessibilità dello studio on line, a cui si può accedere in qualunque momento della giornata e chiaramente con il vantaggio di non doversi recare fisicamente in aula per seguire.

Intanto non mancavano casi esemplari di aziende che investivano in formazione: negli ultimi anni il mondo imprenditoriale ha fatto piccoli passi in avanti, valorizzando le competenze delle loro risorse umane attraverso molteplici modalità formative, tutte ugualmente finalizzate al coinvolgimento del lavoratore e alla creazione di condizioni (in termini di know-how e engagement) concretamente favorevoli all’aumento di produttività.

Ma ciò che ha deciso di fare Starbucks, la più famosa catena americana di caffè, merita una menzione particolare per portata innovativa e dimensioni: l’azienda ha infatti deciso di finanziare l’università ai suoi dipendenti. Oltre 135 mila risorse (che lavorano almeno 20 ore a settimana) potranno accedere ai corsi universitari erogati in via telematica dall’Arizona State University, che vanta un’ottima offerta formativa. Non ci sono restrizioni di alcun tipo (anche i neo-assunti risultano tra i beneficiari) né impegni futuri a rimanere un tot di anni in azienda; la scelta della facoltà, inoltre, è totalmente libera.

Investimento non certo trascurabile quello del colosso delle caffetterie: per i primi due anni la copertura economica è di 6.500 dollari – circa 2/3 della retta – mentre per gli ultimi due l’azienda garantisce copertura totale.

In Italia, si sa, siamo un po’ malpensanti. E allora giù la lista dei potenziali vantaggi per Starbucks: pubblicità (con una cassa di risonanza planetaria), gratitudine a vita dell’Università dell’Arizona, miglioramento netto dei rapporti con i sindacati, con cui l’azienda statunitense non vanta proprio un idillio.

Ma l’iniziativa è certamente positiva, e va elogiata in quanto facente parte di un sistema di welfare a cui l’azienda è molto sensibile: Starbucks provvede all’assicurazione sanitaria dei propri dipendenti, garantisce assistenza economica per quanti decidano di adottare un bambino e prevede stock option per tutti i lavoratori. La sindacalizzazione – va detto – rimane un’area su cui lavorare, ma nel complesso le risorse ritengono l’azienda un buon place to work. E ora, con questi incentivi alla formazione, la soddisfazione è destinata a crescere. A chi – provocatoriamente ma giustamente – fa notare che i dipendenti potrebbero andarsene una volta conseguita la laurea, Howard Shultz, presidente e CEO di Starbucks, risponde che i vantaggi sarebbero comunque decisivi. Maggior disponibilità sul luogo di lavoro, maggiore soddisfazione, aumento della produttività. Alla fine probabilmente i migliori decideranno di restare.

In Italia una cosa del genere sarebbe possibile?


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