Benessere organizzativo: stare bene sul lavoro stando bene col lavoro

Il concetto di benessere  organizzativo è mutato,per cui se un tempo era sufficiente avere assicurato un posto di lavoro per tutta la vita, oggi questo non sembra neppure essere una aspirazione della maggior parte dei giovani che cercano esperienze qualificanti, diversificate, in equilibrio con la loro vita privata.

benessere organizzativo
Sul benessere organizzativo si discute ormai da tempo, soprattutto da quando si è capito che questo aspetto ha delle ricadute importanti sul business delle aziende, che occupandosi dei loro dipendenti si occupano di conseguenza dei loro stessi interessi.

Non si tratta di un puro atto di filantropia, bensì di un approccio strategico volto a creare un ambiente di lavoro che potremmo definire ecologico.

Il termine è abusato e rievoca scenari che sembrano avere poca attinenza con quello del lavoro. In realtà non ci sono ambienti che più di questo  possano divenire inquinati da culture, processi, relazioni, comportamenti,  pregiudizi, convinzioni e consuetudini.

Quando si parla di ecologia si parla di un concetto dinamico di equilibrio in continuo divenire e se facciamo caso a quanto sono gli elementi che costituiscono i sistema organizzativo, ci rendiamo conto del perché non sia per nulla facile trovare questo equilibrio per tradurlo in benessere organizzativo.

Un equilibrio che, come afferma la teoria del caos, si muove costantemente sui confini.

Benessere organizzativo e complessità

Oggi la complessità delle organizzazioni è ulteriormente esasperata da elementi a contorno del sistema organizzativo che, in quanto organismo osmotico, si trova sempre più a fare i conti con le continue contaminazioni, anche virtuose ovviamente, a cui è esposto.

Qualsiasi tentativo di resistenza si infrange contro la molteplicità dei punti di accesso al sistema, punti che sono numerosi come numerose sono le persone che quotidianamente entrano ed escono dai confini aziendali.

Il fuori ed il dentro si mescolano e i portoni degli edifici non suggellano più la separazione. Le tecnologie di cui tutti sono dotati, in tempo reale portano l’altrove nel dove e viceversa. La smaterializzano dei luoghi di lavoro, lo smart working trasferiscono il setting lavorativo dall’esterno  all’interno dell’individuo, con i vantaggi e gli svantaggi del caso.

Il concetto di benessere  organizzativo quindi è mutato,per cui se un tempo era sufficiente avere assicurato un posto di lavoro per tutta la vita, oggi questo non sembra neppure essere una aspirazione della maggior parte dei giovani che cercano esperienze qualificanti, diversificate, in equilibrio con la loro vita privata.

Dal Travet all’evangelista Marco

Il Monsù Travet descritto con grande realismo da Vittorio Bersezio, nella sua commedia del 1863 rappresenta un modello di dedizione e abnegazione al lavoro, ripetitivo, monotono e squalificante cui sempre più si fa fatica ad aderire.

Come si dice per i consumatori che sempre più sono consapevoli, così oggi sembrano essere più consapevoli anche i lavoratori, per lo meno del fatto che il connubio tra lavoro e travaglio non sia un dogma, sebben di biblica memoria.

Benessere e lavoro sono la nuova alleanza cui più parti aspirano per ragioni differente, ma convergenti.

L’aspetto importante che deve accomunare queste ragioni è l’andare verso e non il fuggire da.

Andare verso un modello diverso di azienda, di gestione del lavoro, di valutazione delle performance, di crescita personale e così via. Possiamo forse sintetizzare con Marco 2,27: “ il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

La parafrasi la lasciamo a voi.

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