Flessibilità lavorativa: è davvero un bene?

La flessibilità lavorativa è semper più richiesta. I pro e i contro si equivalgono, ma la vera discriminante è la partecipazione delle persone al progetto di smart working dell'azienda.

 

Agilità, flessibilità lavorativa, resilienza..e potremmo continuare con aggettivi che sono diventati famigliari.

Una famigliarità tutto sommato recente e che interessa i lavoratori di oggi, senza distinzione, mentre un altro fattore di assoluta novità di  questi tempi è la convivenza di 5 generazioni contemporaneamente nei luoghi di lavoro.

Differenze di età, di cultura, di rapporto con il lavoro, come abbiamo avuto modo di approfondire nei nostri articoli, ma  uguale pressione verso un contesto di lavoro che si smaterializza, si delocalizza,  si fa sempre meno analogico e sempre più digitale.

Anche le certezze legate all’esperienza e all’”anzianità” di servizio vengono meno. Nuove skills si affacciano e a portarle sono i più giovani, che adesso insegnano e non imparano solamente, come avveniva un tempo. Si chiama reverse mentoring e rappresenta un cambio di paradigma epocale.

Lavoro agile si, lavoro agile no

I punti di vista su quanto sta succedendo sono, come spesso avviene in questi casi, diversi e contrastanti. Da chi inneggia alla flessibilità come ad una opportunità per riappropriarsi di propri spazi e libertà, a chi vede invece in essa il pericolo di una dilatazione di spazi e luoghi, che finiscono per insinuarsi senza soluzione di continuità nella vita privata.

Il lavoro per obiettivi che si coniuga con lo smart working permette di organizzarsi con una discreta autonomia. La tutela dei tempi di riposo deve però essere garantita, per non snaturare comunque un rapporto di lavoro che non è di natura consulenziale, ma di  dipendenza. Le normative emanate in giugno intervengono anche a tutela di questi aspetti.

Ma non è tanto su questo che vorremmo soffermarci, quanto sulla vera propensione dell’essere umano, animale sociale , a lavorare secondo queste nuove modalità.

E sempre una questione di misura ovviamente e quando si parla di smart working non si deve necessariamente persare a persone che lavorano perennemente da casa ed in solitudine. Ma è pur vero che sebbene ci si limiti  spesso a qualche giorno la settimana, al ritorno in ufficio qualcosa è cambiato anche li.

Sempre più le aziende tendono a riconfigurare i lay out in ragione propria di questa flessibilità, che non  solo è fuori, ma anche dentro l’ufficio.

Grandi spazi con scrivanie che non portano i simboli dell’appartenenza ad alcuno, spazi chiusi riservati a riunioni in presenza o in remoto, luoghi di socializzazioni simili ad ambienti domestici.

Flessibile agile o smart questo modo diverso di lavorare non può essere guardato secondo le categorie del bianco e del nero. Come d’altra parte le aziende non possono inseguire mode o tendenze.

Le persone co-costruttrici della flessibilità lavorativa

Esattamente come i programmi di welfare aziendale non possono prescindere da analisi delle esigenze della popolazione che ne beneficerà, così la trasformazione verso il lavoro flessibile necessità di processi di studio preliminari che coinvolgano le persone. Solo così si potranno intercettare non solo i desiderata, ma anche i timori, le incertezze, le angosce che simili trasformazioni si portano necessariamente dietro.

Se tutto questo avviene per altro in tempi di grande precarizzazione del lavoro, l’equazione tra flessibilità ed esclusività trova ampi spazi di affermazione.

Ancora una volta quindi si richiama la grande attenzione che bisogna porre alle persone per progettare luoghi e stili di lavoro che siano a loro misura. Alle persone il compito di mettersi in gioco, proponendo ed assumendo la responsabilità di farlo.

Il lamento passivo non si addice alla flessibilità lavorativa.

 


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