Giovani e lavoro al tempo della crisi: chi sono i millennials secondo Manpower

I Millennials continuano a far parlare di se. Sono giovani tra i 18 e i 30 anni e  stanno entrando, sempre più numerosi, nel mondo del lavoro. Questo  si trova oggi a dover fare i conti con questa generazione su cui gravano luoghi comuni spesso discordanti.

 

I nativi digitali, così vengono anche definiti, sono oggetto di critiche  e di scetticismo, ma anche  di studio  e  nel libro di Federico Capeci “Generazione 2.0” , vengono descritti, a dispetto del facile giudizio in questo modo: “Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza (in una parola: S.T.I.L.E.) sono gli elementi chiave che i genitori e le Istituzioni, il mondo della formazione e le imprese dovrebbero adottare per capirli e coinvolgerli” . Così si legge sul suo sito web dedicato proprio a loro.

Manpower ha pubblicato recentemente una ricerca che ha coinvolto 19.000 giovani e 1500 recruiter di 25 paesi.

I risultati ci dicno di una generazione sorprendentemente diversa da come ce la si immagina, passiva e incollata supinamente davanti al pc e allo smarphone.

Sono consapevoli di dover lavorare sino in età avanzata e di dover cambiare lavoro più volte. Cresciuti nella crisi guardano a questi fattori non necessariamente con rassegnazione, come fanno i loro padri, ma come una dimensione che può offrire delle opportunità. Sono la generazione più scolarizzata e costantemente bombardata da un’infinità di informazione e dal sondaggio risulta che siano predisposti a continuare la loro formazione, convinti che li stia la chiave del loro successo lavorativo. Nella scelta del lavoro privilegiano la meritocrazia, la possibilità di fare carriera e il settore interessante.

I millenias italiani  sono i meno ottimisti insieme a Grecia e il Giappone pre le ovvie ragioni legate alle vicende legate alla crisi. Il nostro paese stenta ancora ad accoglierli nel mondo del lavoro e rispetto alla media europea siamo indietro di ben 8 punti percentuale.

Le aziende non sembrano  ancora pronte a farli entrare, cogliendone la ricchezza che sono in grado di portare in un panorama che è destinate nei prossimi anni a cambiare radicalmente e che troverebbero in questa generazione predisposizioni ed approcci sicuramente più in linea con i mutamenti in corso. Già nei loro comportamenti quotidiani c’è quella mobilità e capacità di scegliere che oggi serve al mercato.

Alcune aziende, come ad esempio Sap, hanno predisposto dei programmi appositi per reclutarli ed inserirli, offrendo loro dei percorsi utili a soddisfare l’alto bisogno di stimoli e di formazione, integrandoli con programmi di mentoring e coaching.

La vera sfida per le aziende allora diventa non solo l’integrazione, ma anche la retention. Con questa generazione le vecchie strategie sono destinate a fallire soprattutto se si leggono i dati che provengono dallo studio di Deloitte del 2014. Il fatto che solo il 28% dei Millennials ritenga che le proprie competenze sono utilizzate appieno e che ben il il 53% aspiri a diventare un top manager, dice di come diventi cruciale una adeguata valorizzazione dei talenti. Con questi dati è molto probabile che in futuro non saranno più tanto le persone ad inseguire  il posto fisso, bensì le aziende a contendersi i talenti costantemente in fuga verso opportunità più allettanti.

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