Redazione16 luglio 20144min

Imprenditori e manager, una storia complicata

Si conoscono, si piacciono, si amano, si separano, si odiano. Possono essere più o meno complici, si fidano poco o tanto l’uno dell’altro: è il rapporto tra imprenditori e manager, spesso artefice dei destini delle aziende.

Nel nostro Paese, dove il tessuto imprenditoriale è costituito prevalentemente da piccole e medie imprese, la situazione è ancor più delicata: non è assolutamente raro che le due figure si trovino, di fatto, a sovrapporsi, fondendosi nella medesima persona. Ma questo – oggi più che mai – non è auspicabile, ed è bene che anche in contesti non internazionali ci sia una separazione di ruoli tra chi, sostanzialmente, ha fondato/ereditato l’impresa o ne possiede il pacchetto azionario maggioritario e chi, invece, è chiamato a gestire. Separazione di ruoli, dunque, ma naturalmente costruttiva collaborazione e convergenza di interessi; in un contesto, come quello odierno, caratterizzato da limitate risorse finanziarie e instabilità economica, l’azienda ha il dovere di affidarsi a risorse manageriali competenti, disponibili ampiamente sul mercato. Tramontato forse definitivamente il modello che prevedeva la figura accentratrice di un uomo forte a capo dell’azienda, oggi risulta necessario un management solido, coeso ed efficace.

Tra imprenditore e manager vi è una fase iniziale di conoscenza, che si compie in un colloquio di selezione; da questo spesso ne viene fuori un contratto, che sancisce nero su bianco la collaborazione e rende consapevoli entrambi degli obiettivi da raggiungere, delle sfide da affrontare, dei mercati da inglobare; tipiche di questa fase sono la speranza, la motivazione e l’entusiasmo. Poi, sul luogo di lavoro e nel medio periodo, si palesano le prime difficoltà: incomprensioni, difficoltà di dialogo, equivoci, insoddisfazione – da parte dell’imprenditore – nel rilevare la poca passione e lo scarso allineamento al reale stile aziendale, constatazione – da parte del manager – di scarsa delegazione di poteri e basso grado di autonomia rispetto a ciò che era stato promesso. Il tutto accentuato in modo esponenziale dalle difficoltà del periodo storico. Pensiamo all’ HR Manager, che è chiamato a gestire trasversalmente le risorse umane, le più preziose in azienda e certamente le più difficili da gestire; pensiamo ai rapporti con istituti previdenziali e sindacati, spesso per l’imprenditore più una rogna che un interlocutore. Ed allora la separazione, accompagnata da amarezza e delusione, diventa uno sbocco quasi naturale.

C’è di mezzo la sopravvivenza di imprese e famiglie, la chiave di volta va trovata. Premettendo che ogni azienda, così come ogni persona, fa storia a sé, e che soprattutto nella figura in questione dell’imprenditore le categorie sono molto eterogenee, bisogna far sì che le decisioni gestionali e la visione strategica viaggino a braccetto in persone dotate certamente di spirito vincente, ma anche di pazienza e lungimiranza. L’imprenditore azionista potrebbe pensare di far entrare nel capitale dell’azienda l’AD e i principali key manager, rendendoli co-partecipi delle sue sorti. E convinto ad una svolta e con uno sforzo reale di fiducia, potrà trovare il manager giusto; al quale non sarà richiesta, perché non più sufficiente, la sola leadership, ma flessibilità, apertura mentale, studio effettivo della realtà nella quale si è calato. E – per nulla scontato – uno vero slancio di passione.


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