REDAZIONE-119 ottobre 20144min0

Lo stage, un rito sempre più diffuso

L’ingresso nel mondo del lavoro per i giovani italiani, neodiplomati e neolaureati, non è certo una passeggiata (ci concediamo chiaramente un eufemismo). La strada è in salita e piena di trappole, e la generale situazione della maggioranza delle aziende non aiuta le nuove leve.

È ormai da qualche anno che il mondo imprenditoriale adotta con una certa frequenza la pratica dello stage: una parola che rimanda purtroppo in modo immediato ed istintivo a concetti quali “sfruttamento” e “precarietà”. Andiamoci piano, e sforziamoci di analizzare lo status quo senza cadere in facile retorica o spicciolo populismo: lo stage è un’opportunità per il giovane aspirante lavoratore; opportunità per dimostrare di essere una risorsa valida, in grado di fornire un contributo importante alla realtà nella quale è chiamato ad operare. Competenze tecniche e trasversali trovano qui il loro battesimo: spesso lo stageur è chiamato a partire da subito in quinta, con ritmi lavorativi intensi e stressanti. Da una parte c’è l’ambientamento, e quindi tutto ciò che concerne la sfera relazionale: con i colleghi, con i referenti (la risorsa deve sempre avere teoricamente un doppio punto di riferimento, il tutor aziendale e il tutor dell’ente di formazione o Centro per l’Impiego preposto), con i responsabili, con i clienti, eventuali fornitori, etc. (insomma tutti gli stakeholder dell’azienda); dall’altra c’è la verifica di competenze prettamente tecniche, che dovrebbero essere affrontate dapprima con una formazione teorica e poi con una formazione on the job. Gradualmente lo stagista acquisisce sempre più autonomia, anche se ogni sua attività dovrebbe prevedere sempre il monitoraggio del tutor (che è di fatto responsabile delle azioni dello stageur).

Purtroppo la tendenza delle imprese, negli ultimi anni, è stata quella di avvalersi della performance della risorsa in stage e poi di terminare il rapporto. I dati statistici sono impietosi: solo il 9% degli stagisti riceve, al termine del tirocinio, un regolare contratto. In pratica, meno di 1 su 10. Il numero fa riferimento agli oltre 300.000 stage attivati ogni anno in aziende private, mentre per i 150-200.000 svolti nella Pubblica Amministrazione la possibilità di assunzione rasenta quasi lo zero.

Ciò detto, i fattori da prendere in considerazione sono diversi, ed è già importante che la risorsa in stage sia consapevole di questi dati. Un piccolo passo in avanti è stato compiuto dalla Legge Fornero, che ha imposto una retribuzione minima – diversa da Regione a Regione – per il periodo di stage (viene così salvaguardato il sanissimo principio che non si lavora mai gratis): si va da un minimo di 300 ad un massimo di 600 euro al mese.

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