Redazione17 luglio 20143min0

Quant’è difficile essere trentenni in Italia

Disoccupazione e precariato: sono questi i principali problemi del mondo del lavoro in Italia, soprattutto per una larga fascia di popolazione giovanile. Sono ostacoli al benessere, alla costruzione di un futuro autonomo e certo. Retaggio e frutto di una politica incapace di fronteggiare la situazione? O colpa della crisi che dal 2008 ha rivoluzionato il mondo del lavoro in Europa? Tanto è stato scritto e sarà ancora scritto: cronaca, giornalismo e letteratura si fondono ormai nel magma controverso di disoccupazione (giovanile e non), precarietà, contratti a termine, partite Iva fasulle, lavoro sommerso.

L’Istat rileva un tasso di disoccupazione preoccupante, che sfiora i 13 punti percentuali. E se si considera la disoccupazione giovanile (comprendendo con essa la fascia d’età che va dai 15 ai 24 anni) l’Italia è addirittura oltre il 42%: record su record negativi, che impongono una riflessione profonda e tempestività negli interventi e nelle azioni, anche alla luce della disparità – in termini numerici – che emerge dal confronto con gli altri Paesi dell’Eurozona.

Ed è proprio un tasso di disoccupazione giovanile così elevato che maschera il disagio di quella che è, probabilmente, la fascia generazionale più penalizzata: i trentenni, o meglio i ragazzi compresi tra i 24 e i 35 anni. Sono loro – per età, aspettative, progetti e confronto con un passato tutto sommato recente – a risentire forse più di altri gli effetti della crisi del lavoro; ad oggi, in Italia, sono quasi un milione. Recenti studi statistici hanno messo in luce le caratteristiche che li accomunano: sono “digitalizzati” (la stragrande maggioranza usa quotidianamente e con scioltezza Internet), molti laureati – anche se nella fascia 30-34 anni siamo nettamente al di sotto della media europea – e precari per definizione (dominano i contratti a progetto e le partite Iva).

Le giovani coppie, quelle under 35, risultano chiaramente più penalizzate rispetto ai single, i quali possono contare sul sostegno economico dei genitori.

Ciò che colpisce è poi il confronto con il passato, da cui numerosi studi fanno emergere un crollo verticale del potere d’acquisto di questa fascia generazionale, che oggi ha un reddito del 12% inferiore alla media nazionale.

Urge dunque un cambio di direzione che dia la concreta possibilità ai giovani di potersi costruire un futuro e creare con loro un’economia più competitiva. Le riforme del lavoro paiono susseguirsi senza grande impatto, anche se per rilevare risultati concreti bisogna attendere fiduciosi sul lungo periodo. La generazione dei “nati negli anni ’80 non può più attendere.

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