Redazione21 settembre 20143min

Riforma del lavoro, i nodi ancora da sciogliere

La riforma del lavoro è ormai da anni una priorità dell’agenda dei governi che si succedono alla guida del nostro Paese. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è diventato davvero centrale: riformare il mercato del lavoro in Italia non è certo una passeggiata, ma è giusto che il processo sia gestito come un’emergenza.

L’imperativo delle riforme – non fa eccezione quella a firma del ministro Poletti – appare costantemente improntato ad eliminare la rigidità del sistema. Oggi il dibattito, causa di tensione politica e sociale, si polarizza su quei pochi temi che sembrano essere diventati il punto centrale su cui concentrare il cambiamento: abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, utilizzo dei contratti a tempo, creazione di un efficace contratto di inserimento, centralità dell’apprendistato, riduzione dei contratti collettivi nazionali a favore di una contrattazione su scala minore, a carattere regionale o addirittura aziendale.

Potremmo continuare, ma ci fermiamo.

Il punto è che un’adeguata riforma del lavoro, che produca risultati positivi, non può prescindere da una dettagliata analisi dello status quo e da una definizione precisa di obiettivi da perseguire con determinazione. I fatti dicono che in Italia, negli ultimi 20 anni, si è assistito ad una progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro che ha assunto caratteri davvero significativi. Non è facile individuare, nel frastagliato magma dell’universo del lavoro, conseguenze dirette del fenomeno; eppure l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dice che in Italia l’indice EPL (Employment Protection Legislation, che tiene conto della tutela in caso di licenziamento individuale: di fatto è un indice di rigidità del mercato del lavoro) è in linea con gli altri Paesi d’Europa, mentre per quanto riguarda il fattore cruciale della disoccupazione non è dimostrabile un link diretto con la suddetta flessibilità (lo stesso organismo parla di effetto “ambiguo”). Stesso discorso vale per i salari.

Il dato da “codice rosso”, nonché il vero problema delle imprese italiane, è il crollo della produttività: di ben 3,77 punti percentuali, a fronte di una crescita media del 7,02%. Un efficace riforma del lavoro deve dunque imboccare la strada dell’aumento di competitività del sistema produttivo italiano, ed è da questa che può nascere il rilancio dell’occupazione. Il che vuol dire incentivare gli investimenti soprattutto in due settori, spesso relegati ai margini: ricerca e sviluppo e innovazione tecnologica. È da qui che passa l’aumento di produttività.


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