Ceo per un mese, la scommessa di Adecco sui giovani. L’ad Malacrida: «le competenze trasversali sempre più fondamentali»


Il progetto dell’agenzia multinazionale di selezione del personale permette al candidato prescelto di affiancare per un mese le figure apicali del gruppo. Il numero uno della società italiana: «Dopo l’esperienza l’80% è già occupato». Il punto sul mercato del lavoro

andrea malacrida

Un programma formativo pensato ad hoc per giovani talenti, che offre la possibilità di affiancare per un mese il Ceo di una multinazionale. Questo è Ceo for one month, iniziativa di The Adecco Group che consentirà al vincitore un training on the job di trenta giorni con Andrea Malacrida, ad di Adecco Italia, e la partecipazione alla competizione internazionale per un posto da Global Ceo for one month al fianco di Alain Dehaze, global Ceo del gruppo. «Un’iniziativa fondata sul concetto cardine della valorizzazione e occupazione dei giovani talenti, sempre più al centro dell’attenzione anche a causa della crisi post pandemica» spiega Malacrida.

«Ceo for one month», di cosa si tratta?

«È un’iniziativa nata nel 2011 in Adecco Norvegia, a livello mondiale siamo arrivati all’ottava edizione, la settima in Italia. Si tratta di un talent program che ha l’obiettivo di scovare e valorizzare i migliori giovani talenti a livello globale, fornendo loro un’opportunità di crescita personale e professionale attraverso lo sviluppo di competenze ed esperienze necessarie per intraprendere una carriera da sogno».

Come funziona e quali sono i numeri del progetto?

«Il progetto cresce anno dopo anno: nell’edizione 2020 oltre 11.600 talenti in Italia e 206.700 a livello globale hanno deciso di candidarsi e hanno accettato la sfida alla conquista di un mese di apprendimento molto importante per le loro carriere. Per prendere parte alle selezioni è possibile inviare la candidatura sul sito adeccogroup.it entro il prossimo 19 marzo. Da quel momento partirà il processo di valutazione, che andrà avanti, integrando sinergicamente test online e offline, fino al 28 maggio, giorno della proclamazione del nuovo Ceo for one month Italia.

Quali sono i risultati che state osservando?

«L’obiettivo è di offrire ai partecipanti strumenti unici per crescere come professionisti e come individui attraverso le varie fasi del programma, che si susseguono in un crescendo di difficoltà: la selezione iniziale, il bootcamp, il training-on-the-job di 30 giorni accanto agli amministratori delegati del gruppo Adecco nei rispettivi 46 Paesi, la sfida internazionale per la conquista del titolo di global Ceo e l’affiancamento del Ceo globale di The Adecco Group, Alain Dehaze. Quello che ci preme è mettere i giovani a contatto diretto con il mondo del lavoro. È una delle mission del gruppo Adecco in generale ed è quello che ci ha guidati nel disegnare e portare avanti il programma del Ceo for One Month. Avere la possibilità di seguire per un mese l’amministratore delegato di una grande azienda, vedere il dietro le quinte del mondo business fornisce a chi ne fa esperienza un vantaggio competitivo molto importante, che permette di capire meglio dove si vuole arrivare e soprattutto di quali strumenti si avrà bisogno per realizzare i propri obiettivi. È per questo che crediamo fortemente nel progetto, perché siamo convinti che valorizzare al meglio il talento sia una condizione necessaria e imprescindibile per permettere al nostro Paese di crescere».

Che competenze fornite a questi giovani?

«Le competenze che forniamo sono diverse e spaziano dalle soft skill e capacità relazionali alle hard skill, soprattutto per quanto riguarda gli ambiti di business development, marketing, HR e finance. Fino ad ora, l’obiettivo è stato centrato. I risultati di un’indagine condotta ad hoc nelle scorse settimane, che ha coinvolto oltre 100 best performer delle prime 6 edizioni dell’iniziativa, dicono che dopo aver preso parte al programma l’80% di essi già lavora nonostante la giovane età e che quasi il 70% ha trovato un’occupazione dopo meno di sei mesi dalla conclusione del programma. Inoltre, a livello di retribuzione, il 40% dei giovani rispondenti dichiara di essere assunto con una Ral tra i 30.000 e i 50.000 euro, mentre il 17,5% di loro guadagna addirittura una cifra superiore ai 50.000 euro all’anno».

Parliamo di competenze. Quali sono punti di forza e debolezze che riscontrate nei giovani?

«Oggi più che mai sono fondamentali, oltre alle competenze tecniche o hard skill, le cosiddette soft skill o competenze trasversali. Si tratta di un trend già in atto da diversi anni che, come tanti altri, è stato fortemente accelerato dalla pandemia. La velocità con cui cambia e si evolve il mercato del lavoro rende incompleta una valutazione delle risorse basata unicamente sul possesso di determinate competenze tecniche. Le skill trasversali permettono ai lavoratori di muoversi all’interno di più settori e diverse professionalità e sono alla base della voglia di apprendere, di mettersi in gioco e reagire al cambiamento. Questo vale soprattutto per i giovani che, quando si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro, non hanno esperienza alle spalle. È necessario saper trasmettere chi si è, la propria serietà e attitudine al lavoro, essere il più possibile aperti e curiosi. Le aziende in questo momento hanno bisogno di persone su cui poter fare affidamento anche in momenti di sconvolgimento e rivoluzione: si va quindi alla ricerca anche di qualità legate al fattore umano e che prescindono dai settori di appartenenza».

E le hard skill?

«Parlando invece di hard skill, le competenze digitali sono diventate un requisito base dal quale non si può più prescindere, come dimostrato dalla diffusione dell’utilizzo della tecnologia che ha permesso alle aziende di garantire la continuità operativa anche durante il lockdown. Possedere queste competenze, svilupparle e continuare a essere aggiornati rappresenta un aspetto importante e un vantaggio competitivo da non sottovalutare».

Dal vostro punto d’osservazione, sicuramente privilegiato, quali cambiamenti avete osservato nel mercato del lavoro a causa della pandemia?

«A fronte del crollo di alcuni settori, l’emergenza ha portato a un boom di richieste per altri comparti, che con buone probabilità continueranno a crescere anche nei prossimi mesi, in particolare quello medico, chimico-farmaceutico e scientifico, produzione, industria e logistica anche legata all’e-commerce, HR, acquisti, segreteria e call center, Gdo, pulizie e interventi di sanificazione, agricoltura e materie plastiche. Inoltre, ci sono alcune mansioni che stanno cambiando, a partire dai ruoli relativi a prevenzione e sicurezza nelle organizzazioni e negli spazi pubblici al settore di servizi di supporto alle famiglie/persone/aziende, dall’IT & digital al settore della cosmetica per la produzione di disinfettanti».

Chi sta pagando di più la crisi?

«Come in occasione della prima ondata, ci sono alcuni settori e aziende che continuano a soffrire più di altri: mi riferisco a coloro che operano nel turismo, nella ristorazione, nel retail non food e nella moda. Questi comparti continuano a essere economicamente i più colpiti dalle nuove restrizioni introdotte dal governo: per loro sarà molto complicato riuscire a riparare i bilanci una volta che potranno tornare a svolgere un’attività continuativa nel tempo».

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