Articolo 18 e Statali: il verdetto è il sintomo di una riforma a metà

Una sentenza destinata a far discutere, così si può sicuramente definire quella depositata proprio ieri dalla Corte di Cassazione in merito all’inapplicabilità della legge Fornero ai dipendenti pubblici

Di fatto viene sancito ufficialmente ciò che già il governo da tempo aveva precisato, ma al tempo stesso vengono smentiti altri pronunciamenti della corte stessa

I fatti fanno riferimento al licenziamento di un funzionario del ministero delle infrastrutture, scoperto a svolgere un doppio lavoro. La corte di appello di Roma gli aveva riconosciuto 6 mesi di indennità risarcitorie, in base a quanto previsto dalla legge Fornero nel caso di licenziamento legittimo con violazione delle procedure di contestazione disciplinare. La Cassazione si è pronunciata diversamente a seguito del ricorso del ministero, stabilendo che il risarcimento non è dovuto proprio in base al fatto che non è applicabile la legge Fornero.

Stante le giustificazioni che possono essere portate a sostegno di tale sentenza, come ad esempio l’argomentazione dei sindacati che intravvedono nella diversa natura del datore di lavoro la diversità di trattamento, il punto rimane quello ben sottolineato nell’articolo dell’avvocato Gabriele Fava su “Il Giornale” dove afferma “…la corte di Cassazione resuscita la distinzione tra lavoratori e lavoratori, ritornando a creare cittadini di seria A e di serie B.

E’ questa infatti la conseguenza di una sentenza depositata ieri, in base alla quale la tutela da riconoscere ai dipendenti in caso di licenziamento, poi ritenuto illegittimo, rimane la reintegra così come disciplinata dall’ormai famoso art.18, nella versione antecedente la riforma Fornero…” Tralasciando le questioni pur importanti relative alla filosofia del diritto, quello su cui vale la pena soffermarsi sono le conseguenze che potranno scaturirne rispetto ai fatti che sono saliti agli onori della cronaca ultimamente: i famosi furbetti del cartellino quale trattamento avranno? Sussiste il pericolo che questi possano un giorno essere reintegrati dal giudice?

E’ evidente, come dice l’avvocato Fava, che il vuoto normativo che si è andato creando necessita quanto prima di essere colmato e che la sentenza della suprema Corte in tal senso è un modo per mettere ordine e “un invito al legislatore ad intervenire di nuovo con un più chiaro intervento normativo di armonizzazione”.

Ora non rimane che attendere un definitiva azione del governo che, all’interno della riforma del pubblico impiego, dovrà mettere finalmente in chiaro quale debba essere la normativa di riferimento per il pubblico impiego. Rimangono comunque aperte questioni di equità di trattamento ma anche di economicità perché, come ribadito dall’avvocato Fava “Sarebbe auspicabile e urgente, che il pubblico impiego si allineasse a quello privato, completando il percorso di privatizzazione, nel segno del principio del buon andamento e di economicità che appartengono alla macchina amministrativa e al maggior vantaggio dei contribuenti.”

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