Contrattazione collettiva, pubblicata la settima edizione del Rapporto Adapt

«Tra due crisi: tendenze di un decennio» è il titolo del primo capitolo open access, dove vengono analizzate le tendenze degli ultimi dieci anni, tra emergenze e risposte.

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Un’analisi di alcuni tra i trend dominanti dei sistemi di contrattazione collettiva dal 2011 a oggi, con un confronto fra i contenuti dei protocolli sugli assetti contrattuali e quelli dei contratti aziendali. È ciò che viene raccolto nel primo capitolo del nuovo Rapporto sulla contrattazione collettiva, nato ormai dieci anni fa a margine della crisi del debito sovrano nei Paesi dell’area euro. Tra due crisi: tendenze di un decennio delinea alcuni trend dei sistemi di contrattazione collettiva dal 2011 a oggi, mettendo a confronto i contenuti dei protocolli sugli assetti contrattuali (soprattutto il cosiddetto “Patto per la fabbrica”) con quelli dei contratti aziendali disponibili nella banca dati farecontrattazione.it della Scuola di alta formazione di ADAPT, che oggi raccoglie oltre 4 mila contratti collettivi.

Lo spunto, allora, si trovava nella lettera scritta nel 2011 dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea – firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet – con cui si chiedevano al nostro Paese riforme incisive e si esplicitava l’obiettivo di permettere la stipulazione di «accordi al livello d’impresa» rendendoli «più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione». Diventava dunque di particolare importanza monitorare empiricamente, a partire dalla tornata dei rinnovi contrattuali nazionali di categoria del 2012, le spinte verso il decentramento contrattuale. È questo uno degli aspetti che vengono affrontati nel primo capitolo del nuovo volume. Un’analisi resa possibile dalle diverse edizioni del Rapporto ADAPT che, con l’ultima, copre l’intero decennio trascorso.

La VII edizione del Rapporto ha poi per oggetto la totalità dei rinnovi dei CCNL di categoria sottoscritti nel corso del 2020 dalle federazioni sindacali aderenti a Cgil, Cisl e Uil (pari a 22 testi contrattuali) e l’analisi della contrattazione decentrata, con particolare riferimento ai contenuti di 418 contratti territoriali e aziendali di cui oltre la metà (pari a 236 testi) dedicati alle misure di contrasto e contenimento della pandemia nei luoghi di lavoro (c.d. protocolli anti-contagio). In questa prospettiva il volume propone alcuni approfondimenti tematici (sullo smart working o lavoro agile, sul welfare aziendale, sul lavoro su piattaforma dei rider e sul Fondo nuove competenze) e un’analisi delle buone pratiche nella contrattazione collettiva aziendale del 2020.

Il Rapporto

Rispetto ai rapporti elaborati in precedenza, da quest’anno sono stati adottati alcuni nuovi criteri e la classificazione dei settori economici contenuta nei codici Ateco.

Il Rapporto è diviso in tre parti. La prima ruota attorno all’analisi della contrattazione nazionale, sia dal punto di vista delle “tendenze” dell’ultimo decennio, che da quello dell’analisi dei rinnovi dei CCNL avvenuti nel corso del 2020, «con particolare attenzione ai trattamenti retributivi e al rispetto dei criteri contenuti nel patto della fabbrica del 2018», come si legge nell’introduzione.

La seconda parte ha per oggetto la contrattazione decentrata: un focus è dedicato al Patto per il lavoro della Regione Emilia-Romagna, «che si rivela significativo nel senso della contrattazione di territorio rispetto alla crescente importanza degli ecosistemi socio-economici territoriali e del lavoro». Sempre in questa sezione ci si concentra su altre best practice in tema di organizzazione del lavoro, tipologie contrattuali, politiche attive e misure di formazione, ma anche welfare aziendale e di conciliazione, trattamenti retributivi, salario di produttività̀ e relazioni industriali in azienda. La terza parte, infine, contiene focus tematici: gestione e contrasto della pandemia e dei suoi effetti occupazionali e tentativo da parte della contrattazione collettiva di organizzare i nuovi mercati del lavoro non più̀ incentrati sul paradigma dell’ora-lavoro, come accade con il lavoro agile in primis.

I risultati

A emergere dagli ultimi dieci anni di contrattazione nazionale è senz’altro la «scarsità di contratti collettivi aziendali che sfruttino puntualmente le deleghe concesse dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali in termini di integrazione ed effettivo coordinamento tra i due livelli». La contrattazione nazionale lascia al livello aziendale gli interventi di semplice modulazione. «D’altro canto, in materie come la partecipazione, lo smart-working, la formazione, la produttività o i flexible benefits, la contrattazione di secondo livello mostra la tendenza a trovare autonomamente delle soluzioni negoziali, prima ancora che la contrattazione collettiva predisponga delle deleghe o rinvii», si specifica nel testo. Emerge, tuttavia, anche una «discreta presenza di accordi c.d. di prossimità».  La contrattazione collettiva, inoltre, fatica a produrre effetti reali sui salari, sia per categorie professionali qualificate che non.

Una delle novità più evidenti, dal punto di vista dell’incentivo alla produttività, è quella del welfare aziendale e contrattuale; la tendenza sembra destinata a proseguire in questo senso, anche a causa di ciò che pandemia ha scatenato: la risposta più diffusa è stata quella della flessibilità oraria e in particolare dello smart working. «Con l’emergenza sanitaria, l’Osservatorio ADAPT sullo smart working, che oggi conta 193 contratti collettivi di lavoro agile per il periodo 2012-2020 – si legge ancora nell’introduzione al rapporto – ha infatti registrato un significativo incremento di accordi e intese collettive sul lavoro agile che pure non sono previste a livello legislativo per l’agilità di un istituto contrattuale che si regge sull’accordo individuale. In molti casi non solo in ottica emergenziale, ma anche in funzione di una modificazione strutturale dell’organizzazione del lavoro».

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