Crescono i climate quitters tra millennials e genZ, scelgono posti di lavoro green

Secondo un’indagine di KPMG, sono i lavoratori appartenenti alla GenZ quelli più green e propensi a dare priorità agli impegni ecologici della propria azienda, quando si apprestano ad una scelta lavorativa. Il movimento ha assunto il nome di “climate quitters” e l’HR manager deve conoscerlo a fondo per attrarre nuovi talenti.

Climate quitters

Solo aziende green. La scelta lavorativa della generazione Z va decisamente in questa direzione: quando devono decidere quale dovrà essere l’azienda in cui cercare lavoro, per loro la priorità è costituita da quelle aziende impegnate dal punto di vista ecologico e ambientale.

Lo rivela una ricerca pubblicata attorno alla fine di gennaio da KPMG, dove viene evidenziato come i  fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) influenzino sempre più le decisioni occupazionali di quasi la metà degli impiegati del Regno Unito. In testa i millennial e i lavoratori più giovani che cercano una realtà più rispettosa dell’ambiente.

La ricerca di KPMG UK

KPMG UK ha intervistato circa 6.000 impiegati adulti, studenti, apprendisti e coloro che si sono diplomati negli ultimi sei mesi sul loro atteggiamento nei confronti del lavoro. I risultati evidenziano che quasi uno su due (46%) desidera che l’azienda per cui lavora dimostri un impegno nei confronti dei fattori ESG, mentre uno su cinque (20%) ha rifiutato un’offerta di lavoro quando gli impegni ESG dell’azienda non erano in linea con i suoi valori.

Le persone di età compresa tra 25 e 34 anni sono le più propense (55%) a valutare gli impegni nei confronti dei fattori ambientali, sociali e di governance condivisi del proprio datore di lavoro, ma anche i lavoratori nelle fasce di età tra 18 e 24 anni (51%) e tra 35 e 44 anni (48%) esprimono un pensiero simile (in termini percentuali).

La coerenza green è presente nelle più concrete scelte lavorative: quando si tratta di cercare un nuovo ruolo, un intervistato su cinque (20%) ha affermato di aver rifiutato un lavoro perché gli impegni ESG dell’azienda non erano in linea con i propri valori, salendo a uno su tre nella fascia 18-24- anni.

Anche i valori condivisi sono una considerazione chiave con l’82% che attribuisce una certa importanza alla capacità di collegare valori e scopi con l’organizzazione con cui lavora. Ancora una volta, sono le fasce di età tra i 18 e i 44 anni che sono più propense ad essere d’accordo: 18-24 sono più probabili con il 92%, 25-34 anni seguono l’86% e 35-44 con l’84%.

Tra i risultati evidenziati dalla ricerca anche un altro dato: due terzi (64%) degli impiegati ammettono che ci sono alcuni settori in cui si rifiutano di lavorare per motivi etici, ma un chiaro impegno nei confronti dei fattori ESG farebbe cambiare idea al 37

La metodologia della ricerca

Per giungere a questi risultati, la survey è stata commissionata a 72 Point (One Poll) con un bacino di oltre 5.700 adulti del Regno Unito lo scorso anno tra il 7 e il 17 ottobre 2022.
Il panel di intervistati comprendeva impiegati adulti, studenti, apprendisti e anche coloro che hanno lasciato l’istruzione superiore negli ultimi 6 mesi. Le domande poste erano relative al mercato del lavoro e ai motivi che guidano la scelta di un lavoro. In sintesi: cosa si cerca da un datore di lavoro (oltre al lavoro in senso stratto e alla retribuzione).
Importante sottolineare che oltre 1.000 degli intervistati erano studenti o diplomati.

Da dove nasce il climate quitters?

C’è chi collega il fenomeno a quello della cosiddetta great resignation, ovvero delle grandi dimissioni legate alla pandemia, alla ricerca di un work-life balance migliore, che in qualche modo sta interessando le compagnie petrolifere a favore di quelle sostenibili: i climate quitters rappresenterebbero, quindi, un’evoluzione del fenomeno delle dimissioni: cambiare lavoro, verso uno più sostenibile, per essere davvero partecipi dell’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni di gas serra.

La parola dell’esperto

In questo panorama, mostra tuttavia cautela Francesco Armillei, dottorando in Scienze Economiche presso l’Università Bocconi e socio del think-tank Tortuga, che si è spesso occupato del fenomeno del grande addio in Italia. In una intervista a Repubblica Armillei cita: «In generale al di là dei primi mesi della pandemia, il grande addio da noi è stato un fenomeno molto rapido, ma non senza precedenti. Dopo la crisi del 2008 ad esempio, tornata la crescita, è accaduto qualcosa del genere in virtù di un mercato del lavoro più dinamico. Sono numeri quindi storicamente meno unici rispetto a quello che si pensava uno o due anni fa. Però c’è stato un interessante aumento nelle ricollocazioni, specie in campi diversi da quelli di provenienza. »
«Una delle componenti può esser stato il riconsiderare le priorità della vita. – Conclude Armillei – Ma non è sufficiente a spiegare tutto il fenomeno».

Lavoro Sostenibile l’occasione per parlare di “climate quitters” e di molto altro

In un contesto sociale dove la sostenibilità è indubbiamente una delle cartine tornasole della vita lavorativa, diventa quindi fondamentale parlare di sostenibilità in ambito HR e portare soluzioni alle urgenze che si prospettano.

Per questo motivo, a maggio, HR Link propone l’evento “Lavoro Sostenibile”.

Primo appuntamento per un nuovo progetto targato HR Link, che nasce con l’obiettivo di mettere a disposizione delle funzioni HR, General Services, ESG e HSE momenti di dialogo e confronto che creino una cultura concreta della sostenibilità, capace di esplicarsi nel lavoro quotidiano delle persone e nelle scelte dei business leader.

L’evento funge da ponte tra le decisioni corporate dell’azienda e le scelte operative e

mette a disposizione modelli e strumenti pratici che agire con influenza e impatto nelle scelte sostenibili aziendali.

Per maggiori dettagli, vi consigliamo di leggere lo speciale eventi HR del 2023.

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