«Donne nei ruoli HR: attenzione al “nuovo ghetto”»

Questo l’allarme «discriminazione al contrario» lanciato da Paolo Iacci, presidente di Aidp Promotion.

paolo iacci

HR solo donne. È ormai un leitmotiv trovarle ricoprire questi ruoli negli ultimi anni, secondo Paolo Iacci, presidente di Aidp Promotion, che al tema della diversity e del gender balance ha dedicato anche un libro intitolato L’impresa inclusiva. LGBT e diversity in azienda, scritto con Marco Guerci e Simone Pulcher. «Non se ne parla», ma è una tendenza sempre più diffusa, rispetto alla quale Iacci mette in guardia e invita a riflettere.

Iacci, cosa sta succedendo?

«Negli ultimi anni sta accadendo che il top management delle aziende voglia e scelga prevalentemente donne a ricoprire ruoli HR, così come posizioni di responsabilità nella comunicazione. Ma non ci si rende conto che anche questa è una discriminazione: tutto sta avvenendo nel silenzio più totale degli operatori».

Perché, a suo avviso?

«Si sta costruendo un nuovo ghetto, ma le aziende si sentono giustificate dal fatto che stanno provvedendo alla discriminazione femminile in ambito lavorativo di cui tanto si parla, assumendole tuttavia solo in determinate posizioni. Il punto, però, è che si tratta solo di quei ruoli e non di altri. Insomma, un’operazione di immagine, che di certo non è tesa a mettere il merito al centro».

Cosa intende quando parla di “nuovo ghetto”?

«Voglio dire che di nuovo si stanno marginalizzando le donne, relegandole solo a certi ruoli, che non solo quelli da cui si arriva alla Direzione Generale. Quindi, di fatto, le si convoglia verso ambiti da cui non potranno davvero incidere in modo sostanziale».

Riesce a dare delle percentuali del fenomeno?

«Non sono in possesso di dati, ma il trend è evidente: il dato è empirico ma molto chiaro e lo si percepisce ogni giorno, lo si tocca con mano, nel silenzio assoluto degli head hunter. Essendo, di fatto, una discriminazione al contrario, non emerge come dato pubblico, ma è così. E allora io dico, attenzione. La discriminazione, anche “al contrario” – ovvero nel compiere scelte in una direzione che potrebbe sembrare quella giusta – resta sempre una discriminazione».

Una tendenza che, alla fine, penalizzerebbe ancora una volta le donne, dal suo punto di vista…

«Certamente. Ciò non toglie che sul momento la singola donna possa essere contenta e gratificata dall’assunzione, sul piano personale. Ma bisogna rendersi conto che si entra in un cul-de-sac».

Come si può far emergere il tema?

«La denuncia è il primo modo. Ma non viene fatto perché, come dicevo, si tratta di una discriminazione al contrario. Occorre lanciare l’allarme perché una volta entrati nel ghetto sarà difficile uscirne. Le aziende potranno riferire di aver portato donne a ruoli dirigenziali, che – nella sostanza – non spostano nulla. Quindi è necessario denunciare e cercare di focalizzare l’attenzione sulla carriera delle donne, e aiutarle a raggiungere posizioni che possano condurre, nell’evoluzione di carriera, alla direzione generale, ovvero a posizioni legate all’area finanziaria e commerciale».

Ma le donne cosa ne pensano?

«Mi pare che in generale stiano lasciando perdere, e sul piano soggettivo lo capisco. E gli head hunter attaccano l’asino dove vuole il padrone…».

Qual è la via di uscita?

«Qualcuno, anche fuori dai giri, deve prendere posizione e dire “basta”. Non è accettabile osservare, come a volte accade, che si promuova una collega a capo del personale e poi non le si dia nulla da fare… Attenzione: non sto dicendo che le donne non sono brave, ma che l’approccio che si sta consolidando nei loro confronti è, ancora una volta, discriminante».

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