Falsificare il curriculum, una mania italiana?

L’abitudine di abbellire il cv è diffusa nel nostro Paese, ma non solo. Pochi mesi fa il Ceo di Samsonite si è dimesso per aver falsificato il suo curriculum. Ecco cosa si rischia e quali sono le conseguenze legali

curriculum falso

Lauree o dottorati di ricerca mai conseguiti, specializzazioni inventate, partecipazioni a workshop “spacciati” come corsi di perfezionamento presso prestigiose università straniere. La cattiva abitudine di abbellire o gonfiare il proprio curriculum vitae è tendenza sempre più diffusa. In Italia i casi scoperti e portati a conoscenza dell’opinione pubblica non mancano: tra gli ultimi a fare discutere è stato il cv dell’attuale presidente del consiglio Giuseppe Conte e in particolare i dubbi sui corsi di perfezionamenti da giurista alla New York University e all’Università di Cambridge, smentiti dagli stessi atenei.

Prima ancora, a balzare agli onori della cronaca era stato il caso del giornalista Oscar Giannino: candidato alle elezioni politiche del 2013, Giannino si è dovuto ritirare dalla contesa elettorale quando è venuto fuori che le due lauree, in economia e in giurisprudenza, e il master in Corporate Finance e Public Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, presenti nel suo cv, erano semplicemente inventati. Ma la tendenza a falsificare il curriculum non riguarda solo gli italiani. Solo pochi mesi fa Ramesh Tainwala, Ceo di Samsonite, si è dovuto dimettere dall’azienda in cui era dal 1995 per aver inserito nel proprio cv un dottorato di ricerca in Business Administration mai conseguito.

Senza arrivare a inventarsi lauree o dottorati, il vizio di abbellire un po’ il proprio cv, magari esagerando sulle competenze o sulle mansioni svolte o manomettendo le date di inizio e fine di attività, è davvero pratica comune. Eppure, gonfiare o taroccare il proprio curriculum non comporta solo un danno all’immagine, ma può portare a conseguenze legali ben più pesanti. Venire scoperti, del resto, non è così difficile. Specialmente nel caso di posizioni lavorative di particolare prestigio, capita spesso che i recruiter procedano alla cosiddetta “Employment History Verification”, ovvero alla verifica di ciò che il candidato ha attestato nel suo cv, contattando per esempio i manager delle aziende per le quali il soggetto ha lavorato negli anni passati.

Nel caso si riscontri qualche falsità, il datore di lavoro potrebbe disporre il licenziamento in tronco del lavoratore di turno, nonché intentare una causa contro di lui, con tanto di richiesta di risarcimento danni e di restituzione degli stipendi. Nell’ambito del diritto civile, infatti, la legge impone di tenere, fin dai rapporti precontrattuali, un comportamento improntato a buona fede e correttezza. Ancora più grave è la situazione per chi falsifica curriculum e competenze partecipando a un concorso pubblico: in questo caso infatti si possono rischiare fino a due anni di reclusione. Il reato in cui si può incorrere è quello, penale, di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, nonché quello di false dichiarazioni su qualità personali proprie (art. 496 codice di procedura penale).

Inoltre, va considerato anche il caso in cui sia un professionista a falsificare il proprio curriculum: in tale ipotesi, si va incontro a un illecito deontologico e a una sanzione disciplinare da parte del consiglio dell’ordine cui appartiene il professionista.

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