I tirocini diventano lavoro vero, ma le sfide vanno oltre

Aumenta il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro, grazie anche agli stage extracurriculari che si trasformano in ingresso vero e proprio in azienda nel 36,5 dei casi. Ma i confronti con l’Europa sono impietosi. Le sfide del sistema Paese: far crescere i lavori qualificati e adottare un modello basato sull’apprendistato, più appetibile per i ragazzi.

tirocini

Giovani e lavoro: se guardiamo l’Italia in confronto agli altri Paesi dell’Europa con cui competiamo economicamente, non ci resta che piangere. Se guardiamo l’Italia rispetto a come era qualche anno, si apprezza qualche miglioramento. Ci sono più giovani che entrano nel mondo del lavoro nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, e questo è il portato anche dei cambiamenti normativi recenti e dell’introduzione di istituti come quello del tirocinio.

Restiamo un Paese con un forte sottoutilizzo della forza lavoro, soprattutto nei settori qualificati, e con un grave disallineamento tra sistema della formazione e mercato. Eppure, nel rapporto “Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata”, nato dalla collaborazione tra l’Istat, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Inps, l’Inail e l’Anpal, si legge: “Nel 2017 i primi ingressi di giovani nel lavoro sono circa 773 mila, il 35% del totale degli oltre 2 milioni di individui che, nella stessa fascia di età, sono stati interessati dall’avvio di almeno un rapporto di lavoro nell’anno; il dato risulta in crescita rispetto al triennio precedente. L’età media al primo ingresso è di circa 22 anni. Su 100 primi ingressi, oltre 50 sono nel Nord, 20 al Centro e 30 nel Mezzogiorno; 80 riferiti a cittadini italiani e il 20 a stranieri. Il contratto a tempo determinato è il più utilizzato al primo ingresso (50%), seguito da apprendistato (14%) e lavoro intermittente (12%), mentre solo il 9% degli accessi avviene con contratto a tempo indeterminato o in somministrazione e il 4% nella forma di collaborazione”. Si tratta di un miglioramento dovuto anche ai tirocini.

Tirocinio

Secondo il rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2019 del Ministero del Lavoro, nel 2018 sono stati attivati 134 mila contratti a seguito di una precedente esperienza di tirocinio. Lo “stage” resta ancora una delle modalità principali di accesso dei più giovani al mondo del lavoro, poiché nel 36,6% dei casi l’esperienza di training in azienda si traduce in un lavoro vero e proprio. Nel 2018 sono stati attivati 348 mila tirocini extracurriculari: la maggior parte dei tirocini attivati è concentrata nel settore dei Servizi (il 76,3% del totale), in gran parte attribuito al settore dei Trasporti e del Commercio che insieme totalizzano il 45,7% del totale. Seguono il settore Industria (22,0%) con una prevalenza dell’Industria in senso stretto (18,3%), la Pubblica Amministrazione (12,1%), Alberghi e Ristoranti (11,7%), Altri servizi pubblici, sociali e personali (6,7%) e, con una quota residuale, il settore Agricolo (1,7%).

Tipologie

I tirocini sono di due tipi: curriculari (fanno parte del percorso di studio) e extracurriculari (per chi ha concluso gli studi). Questi ultimi possono durare fino a 6 mesi anche se la durata può essere più lunga per persone svantaggiate o disabili. Per i tirocini extracurriculari, il governo definisce le linee guida e standard minimi comuni lasciando alle Regioni la competenza sui dettagli applicativi ed eventuali miglioramenti degli standard di base.  Diritti, doveri e compensi sono prefissati, così come sono regolamentate le procedure per promuovere un tirocinio, per accogliere un tirocinante in azienda e le figure aziendali di riferimento per lo stagista (approfondimento, dal sito Anpal). I tirocini sono uno strumento utile alle aziende, di conoscenza diretta del personale. Inoltre, anche se meno che negli anni scorsi, le assunzioni di giovani sono assistite da incentivi e riduzioni di oneri.

Le sfide

In un recente articolo, l’ex direttore del Corsera, Ferruccio De Bortoli, ha lanciato una sfida al nuovo governo per l’adozione di un modello alla tedesca basato sull’apprendistato e non sul tirocinio, che è meno pagato e non ha effetti previdenziali. L’altra sfida riguarda la riduzione del mismatch. Dalla lettura integrata dei dati del mercato del lavoro italiano, emerge questo: “Nonostante la crescita dell’occupazione negli ultimi anni, rimane ampia la distanza dell’Italia dall’Ue15: per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58,0% di quello italiano) il nostro paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più. Il gap occupazionale italiano riguarda soprattutto i lavori qualificati e i settori sanità, istruzione e pubblica amministrazione”.

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