ICF e i vantaggi del coaching: «Permette di sfruttare potenzialità già presenti in azienda»


Il modello della più grande associazione internazionale di coach. Franceschini, presidente del chapter italiano: «Per il futuro bisognerà valutare l’impatto della democratizzazione, con un coinvolgimento di più fasce di categorie, oltre all’utilizzo dell’intelligenza artificiale»

Giorgia Franceschini

«Volendo descrivere il coaching con un’immagine semplice e di facile comprensione, potremmo dire che è come tirar fuori da un vaso ciò che c’è già dentro, anziché riempirlo con qualcosa di nuovo». Giorgia Franceschini, presidente di ICF Italia, spiega così in cosa consiste la disciplina che lei definisce «una partnership tra un coach e il proprio cliente, che può essere una singola persona ma anche un gruppo». ICF Italia, dal 2002, è il chapter italiano dell’International Coaching Federation (ICF), la più grande associazione professionale internazionale di coach, con oltre  42.000 membri in più di 150 nazioni. La sezione italiana conta a oggi circa 700 associati. Il suo scopo è quello di sviluppare, sostenere e preservare l’integrità della professione di coach, e di porsi come punto di riferimento per accrescere la fiducia del pubblico per il mondo del coaching.

Come potremmo definire il coaching?

«È un’evoluzione dell’arte della maieutica di Socrate. L’obiettivo non è dare consigli, ma serve per aiutare le persone a capire che dentro hanno già tutte le risorse necessarie per realizzare i propri obiettivi, devono solo trovare il modo di esprimerle. Il coaching fa uscire quello che c’è già e per questo è molto potente, perché inevitabilmente comporta un rapporto di grande fiducia con il cliente».


Che tipo di attività svolgono corsi e scuole di coaching?

«Ci sono ovviamente delle differenze tra il lavoro che svolge un coach e la formazione necessaria in coaching. Si tratta di un’attività non ancora normata e quindi chiunque potrebbe da un giorno all’altro decidere di definirsi coach. ICF esiste da 26 anni e sostiene che, come per qualunque professione, serve un percorso di formazione. Quello che è importante precisare è che ICF dà una sua versione del coaching. I due pilastri del nostro modello sono il codice etico e una matrice di otto competenze, pilastri che vengono costantemente rivisti e aggiornati. La nostra idea è che attraverso il coaching possiamo contribuire a sviluppare una società florida e positiva. Ogni scuola con corsi riconosciuti da ICF sviluppa poi in autonomia un proprio modello». 


Volendo elencare anche per macro-aree le otto competenze richieste, quali potremmo nominare?

«Partirei dal dire che le competenze richieste riguardano l’essere coach e il fare coach. Bisogna coltivare la fiducia con il cliente e la chiarezza negli accordi, oltre a saper gestire la relazione». 

Cosa sono le credenziali ICF?

Le credenziali sono una qualifica professionale rilasciata da ICF ai coach che soddisfano alcuni requisiti: aver ricevuto almeno 60 ore di formazione in coaching; aver svolto ore di mentoring, che consiste nell’avere quella necessaria esperienza per far sviluppare le competenze di coaching negli altri, e infine poter dimostrare di aver erogato un certo numero di ore in coaching».


Qual è il profilo di chi decide di formarsi in coaching?

«Si tratta di un pubblico eterogeneo che è cambiato nel corso del tempo. Storicamente si è sempre trattato di professionisti, consulenti e formatori che hanno visto nella crescita del coaching la possibilità di formarsi in qualcosa di nuovo. Ci sono manager che riconoscono in questa formazione un valore in più e che si finanziano il corso, oltre a manager inviati dall’azienda per sviluppare uno stile di leadership da manager-coach. Alcune realtà si sono strutturate con un’academy interna per formare nuovi coach e fanno fare coaching ai propri dipendenti. In generale la platea sta cambiando molto».

Quali sono i vantaggi?

«I vantaggi sono diversi. Mi viene in mente che si tratta di un modo inconsapevole di far capire a una persona che si crede nelle sue potenzialità. È infatti importante capire che se si viene indirizzati verso un percorso di coaching non significa che la propria azienda o il capo non credono in te, ma è l’esatto opposto. Si ritiene di aver individuato del potenziale che va sviluppato e se questa cosa viene spiegata bene si permette a una persona di crescere e rendere di più. Si tratta poi di uno stile di leadership differente: è vero che il cliente lavora sulle proprie tematiche, che generalmente vengono condivise prima dell’inizio di un percorso, ma contemporaneamente diventa un allenamento nell’allenamento, perché il coach ponendo delle domande porta a una crescita continua anche del cliente».


In che modo la pandemia ha inciso nel coaching o come il coaching potrà determinare dei cambiamenti nelle dinamiche aziendali alle prese con le trasformazioni del post Covid?

«Per quanto riguarda l’impatto sui corsi, buona parte hanno continuato a svolgersi online con grande flessibilità. Soprattutto i percorsi individuali con privati non hanno avuto molti problemi; qualcosa invece è cambiato in quelli aziendali perché le imprese, alla luce delle difficoltà, hanno deciso a volte di rimandare le attività anche per mancanza di fondi. In merito al futuro, alcuni degli scenari più interessanti riguarderanno i rapporti con l’intelligenza artificiale e il ruolo che potrà avere nel coaching: non può essere semplicemente una bestia nera ma bisogna farla diventare un supporto. Altri aspetti che tengo a sottolineare riguardano il fatto che chi ha continuato con il coaching durante il 2020 lo ha trovato molto utile per gestire le situazioni di stress e incertezze provocate dall’epidemia. Per noi è importante ricordare anche una serie di iniziative pro bono, una delle quali si chiama Il Dono – We care, con le quali sono state offerte gratuitamente attività di coaching alle più svariate categorie. Inoltre, in una fase di rielaborazione delle organizzazioni lavorative, negli uffici il coaching rappresenta anche un’arma in più nella gestione di forme nuove e ibride di lavoro».

Come immagina il coaching del futuro?

«Vedo due grandi fenomeni in corso. Il primo è la democratizzazione del coaching, partito come una disciplina d’elite per alcune professioni di fascia alta e sempre più coinvolgente per una popolazione più ampia: con la nostra fondazione (ICF Foundation) siamo andati per esempio a fare dei percorsi di coaching nelle scuole ai dirigenti scolastici. L’altro aspetto è il rapporto con la tecnologia e le piattaforme: secondo me si tratta di un uso ancora basilare, ma ci sono potenzialità che potranno trovare nuovi sviluppi con l’intelligenza artificiale. Ma per concludere c’è un aspetto al quale teniamo molto».


Quale?

«Come dicevo all’inizio, la missione di ICF è far progredire il coaching in modo che diventi parte integrante di una società fiorente».

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