«Le aziende diventino luoghi di ascolto e cura delle persone»

Matilde Marandola, neopresidente Aidp, spiega il profondo cambiamento che ha investito il mondo delle risorse umane dopo il Covid. Smart working, vaccini, salute: «da direttori del personale dobbiamo diventare coach-manager empatici, rendere compatibili le esigenze individuali con quelle organizzative».

marandola

Classe 1964, da oltre 25 anni nel mondo delle risorse umane. Matilde Marandola è la nuova presidente di Aidp, l’Associazione italiana direttori del personale. Un network da 19.000 membri, oltre 3.000 soci16 gruppi regionali e una rete internazionale che dal 1960 promuove uno sviluppo responsabile della cultura manageriale in ambito risorse umane.

«Accogliamo tutti coloro che si occupano di persone nelle organizzazioni del lavoro – spiega la nuova presidente – Quindi HR director, HR manager, HR specialist, formatori, selezionatori, professori universitari. Chiunque a vario titolo si occupi di cura e gestione delle persone. Abbiamo come nostra missione quella di sviluppare una cultura HR che vede la persone al centro delle organizzazioni, basata su un’etica del lavoro innanzitutto, ma anche sull’ascolto, sull’empatia, sull’attenzione alla crescita e alla valorizzazione delle qualità delle persone che lavorano».

Presidente, in un anno il mondo del lavoro ha vissuto una rivoluzione epocale. Com’è cambiato il ruolo dei direttori del personale?

«Nulla è più come prima, questo è evidente. La pandemia da un lato ci ha messo di fronte al vero valore delle cose, delle relazioni, degli affetti, del senso della nostra esistenza e dell’esistenza stessa delle nostre organizzazioni. Ci siamo resi conto che tante cose che prima sembravano importantissime, indispensabili – pensiamo alla presenza fisica nei luoghi di lavoro – in realtà non lo erano poi così tanto. Se qualcosa di buono la pandemia ci ha portato, è una riflessione sul valore delle cose essenziali. L’emergenza sanitaria ha funzionato un po’ come una lente di ingrandimento: ha ingigantito le cose buone, positive, che funzionavano, ma anche quelle negative, i problemi, gli aspetti che non funzionano. Il ruolo del direttore del personale forse era già cambiato, però sicuramente la pandemia ci ha costretto a vedere le persone in altro modo, a riscoprire un senso di profonda umanità, attenzione. “Umanità” è stata anche la parola chiave al centro del nostro ultimo congresso nazionale. Le imprese stesse sono cambiate molto. Consideriamo ad esempio che in moltissime aziende, in Italia, si stanno somministrando i vaccini: significa che il luogo di lavoro è diventato anche luogo di cura, prevenzione, accoglienza. Opera per la salute, per il benessere. Mi piace molto la metafora dell’azienda come luogo di cura, credo che sia un tema sul quale è importante riflettere perché la fiducia, l’empatia, l’ascolto, sono qualità essenziali per chi si occupa di risorse umane, devono prendere il posto di quella che era una focalizzazione solo sul controllo, sul potere».

Quali saranno le sfide future per il mondo delle HR?

«Riuscire a trovare un nuovo equilibrio. Si parla tanto di nuova normalità, siamo tutti stati traumatizzati, però è importante rialzarsi con una nuova consapevolezza. Anche i direttori del personale hanno nuova cognizione della necessità di essere agenti di cambiamento, di essere dei coach-manager empatici, capaci di ascoltare. Questo è un tema molto importante, ad esempio nello smart working. Non credo che le aziende possano imporre degli standard, ad esempio “da domani si passa al lavoro agile due volte a settimana”. Questo approccio non funziona più, c’è bisogno di ascoltare le persone, le loro esigenze: ci sarà chi vorrà fare un giorno di smart working , chi due, chi tre. Riuscire a rendere compatibile l’esigenza individuale con quella organizzativa è la nuova sfida dell’HR. Lo smart working è positivo qualora sia frutto di ascolto del singolo da parte dell’azienda.

Da non sottovalutare nemmeno le ripercussioni sull’ambiente. Andando tutti i giorni in ufficio noi inquiniamo. La valutazione dell’impatto ambientale che un’azienda produce non è un aspetto da sottovalutare. Non possiamo più essere dei bravi direttori del personale se non abbiamo una sensibilità rinnovata sui temi della responsabilità sociale. Oggi le aziende sono chiamate non solo a fare business ma a una complessità maggiore: considerare l’impatto sul territorio circostante, i progetti di solidarietà, il senso dell’organizzazione e delle persone nelle organizzazioni. Tutto questo ci costringe a ridisegnare il nostro ruolo, che guarda sempre più allo sviluppo, alla crescita, alla valorizzazione della persona in modo molto concreto».

In che modo questa nuova consapevolezza può tradursi anche in termini di cambiamenti normativi?

«Aidp può essere un interlocutore privilegiato per le istituzioni per ogni processo normativo che riguardi il lavoro. Ci piacerebbe essere parte degli iter consultivi, siamo vicini alle persone sul campo e possiamo dire la nostra da un punto di vista tecnico. Dovremmo essere ascoltati perché conosciamo le esigenze delle aziende e delle persone. Si risparmierebbero tempi e costi».

 

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