Le risorse umane al tempo dei social

I social network sono sempre di più usati dalle imprese per fare recruiting e per costruire la web reputation aziendale. I risultati di un’indagine Aidp sui direttori del personale italiani

risorse umane e social network

Linkedin, Facebook, Twitter, ma anche Skype, WhatsApp e altre applicazioni di istant messaging: che i social media siano ormai parte integrante della vita di ognuno, anche lavorativa, è dato noto. La novità degli ultimi tempi è che i social network stanno diventando sempre più il biglietto da visita anche delle aziende: usati per le comunicazioni interne, il recruiting e la web reputation. L’altro elemento nuovo, che emerge da una ricerca condotta dall’agenzia di relazioni pubbliche Edelman, è che questi strumenti sono ritenuti dal “pubblico” credibili (63%), molto di più della pubblicità (37%).

La “forza” dei social network non sfugge ai direttori Hr italiani, che li utilizzano sempre più assiduamente. Innanzitutto LinkedIn (92%), poi le applicazioni di instant messaging come Skype o altre chat  (71%), e a seguire Facebook (34%) e Twitter (19%). Sono i numeri che emergono da una survey condotta da AIDP (Associazione italiana direttori del personale) tra i suoi tremila associati.

Ma per cosa vengono utilizzati principalmente i social?

L’indagine rileva che la maggior parte dei direttori Hr li usa con finalità di engagement (78%), per fare recruiting di profili qualificati (73%) e per l’inserimento dei nuovi assunti (24%), sempre con un occhio di riguardo alla web reputation dell’azienda. In particolare l’attenzione alla reputazione aziendale appare importante nella fase della ricerca e nella selezione di nuove figure da assumere (per il 59% dei direttori del personale interpellati) e per costruire un’immagine positiva dell’azienda in termini di attraction e di engagement. Fondamentale risulta, a questo proposito, coinvolgere nell’uso dei social tutti i dipendenti per offrire l’immagine di un luogo di lavoro in cui regnano il benessere e la soddisfazione professionale.

Una “pecca” evidenziata dalla ricerca AIDP è l’assenza di policy e regolamenti aziendali sull’uso dei social network: nel 36% dei casi semplicemente non esistono regole predefinite. Una situazione che può portare le persone ad autogestirsi e l’azienda a perdere esperienze positive che rappresentano un patrimonio per il business aziendale. Solo nel 10% dei casi ci sono policy che incoraggiano i dipendenti ad aprire un proprio profilo social, mentre in un altro 9% c’è un divieto esplicito all’accesso ai social esterni durante l’orario di lavoro.

Ma i social non sono solo lo strumento per costruire una reputazione web dell’azienda. Sempre più, specialmente nella fase del recruiting, sono usati dai direttori del personale anche come mezzo per “sbirciare” nella vita del candidato. Un uso lecito? Sicuramente sì, secondo la maggioranza dei partecipanti a un sondaggio pubblicato su Monster.it, la multinazionale del recruiting online. Degli oltre mille partecipanti all’indagine, ben il 59,9% si è detto favorevole allo “spionaggio” che le imprese, attraverso i propri recruiter, eserciterebbero sui candidati. Anzi, per una fetta consistente dei partecipanti, sapere che i propri canali social non professionali possano concorrere a tracciare una migliore definizione del proprio profilo complessivo rappresenta addirittura una preziosa opportunità in chiave di personal branding, da cogliere facendo il gioco stesso delle aziende: condividendo cioè contenuti che possano irrobustire in una qualche misura la propria web reputation.

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