L’Università italiana si è rimpicciolita: disastro o adattamento?

L’Università italiana si è rimpicciolita. Mai come in questi ultimi anni i numeri che la riguardano si sono contratti, restituendoci il ritratto di una istituzione, e quindi di una nazione, che sembrerebbe perdere così, clamorosamente, il proprio patrimonio intellettuale e formativo

università italiana

Dal crollo del numero del iscritti a quello dei docenti, dalla riduzione dei corsi universitari a quello dei tecnici e amministrativi, impiegati negli atenei. L’Italia è agli ultimi posti dei paesi europei in quanto a numero di laureati.Nel 2013 l’Italia era infatti all’ultimo posto tra i 28 dell’Unione Europea in quanto a numero di laureati tra i 30 e i 34 anni con appena il 22, 4% a fronte della Francia che ne aveva ben il doppio.
Questa situazione la pone ad una distanza ancora più grande rispetto agli obiettivi che la Strategia di Lisbona aveva stabilito per trasformare l’Europa in un continente con l’”economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo” e poter così di uscire finalmente dalla crisi economica, recuperando su quei terreni dove i paesi emergenti si sono sempre più affermati.

In questi anni si è andata diffondendo la pericolosa idea che la laurea non serva a molto; di contro l’opinione autorevole del professor De Masi che afferma che “la laurea non serve soltanto per avere più opportunità di lavoro, ma per vivere”.
“Questa è una società – continua De Masi – in cui occorrerà avere tutti la laurea perché serve pure per capire il telegiornale. La nostra è una società che per essere vissuta appieno necessita di cultura e quindi della laurea“.

Ma se è vero che in Italia solo il 52% dei laureati è occupato dopo i primi tre anni dalla laurea ben si comprende il calo drastico di transizione dalla scuola superiore agli atenei: dal 73,10% del 2004/2005 al 49,10% del 2014/2015. Alcuni segnali in controtendenza però ci sono stati nell’ultimo anno per cui alcuni atenei stanno vedendo una lieve crescita delle immatricolazioni. Anche in questo caso il fenomeno presenta però delle peculiarità: l’esodo dalle università meridionali sta continuando e non tutte le facoltà stanno recuperando terreno.

I giovani sembrano infatti privilegiare le facoltà scientifiche rispetto a quelle umanistiche e delle prime alcune in particolare: ingegneria, chimica, fisica, scienza motorie. Nell’area umanistica l’unica a salvarsi è lingue. Giurisprudenza e sociologia hanno invece perso il 45%.

Queste scelte sembrano suggerire un cambiamento che non è solo opera delle politiche adottate negli ultimi anni, bensì di una propensione dei giovani ad abbandonare il prestigio del titolo per orientarsi a percorsi accademici maggiormente in linea con le tendenze del mondo del lavoro , con le opportunità, e la differenziazione. Se i vecchi e paludati luoghi della formazione universitaria si svuotano significa probabilmente anche che gli studenti di oggi stanno affrancando lo studio dalla visione provinciale in cui è stato relegato in passato, dall’idea del prestigio e della sicurezza, che non sono più in grado di offrire, in favore di scelte più consapevoli e orientate a possibilità d occupazione più ampie e varie.
La generazione Erasmus, anche nella crisi di questo settore, sembra essere in grado di anticipare le riforme, di aggirare gli ostacoli di quelle passate e di cambiare il vissuto e la percezione dello studio universitario.

Rimane la necessità di rimuovere quegli ostacoli ripensando all’accesso all’università come una opportunità per il paese e non come ad un privilegio per pochi.

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