Mismatch nelle professioni sanitarie: in Italia mancano medici ed infermieri

Negli ultimi mesi è emersa un’emergenza imminente che sta coinvolgendo l’intero Paese: la penuria di medici e infermieri. Da una recente indagine, infatti, 1 su 3 è disposto a cambiare lavoro e la fascia d’età più in crisi è quella tra i 45 e i 55 anni. Si apre il dibattito sulla necessità di trovare una soluzione urgente sul tema del mismatch nelle professioni sanitarie.

SKILL-MISMATCH

Emergenza mismatch nelle professioni sanitarie

Mancano medici e infermieri. L’emergenza si era sentita con forza durante la pandemia e negli ultimi mesi si sta mostrando di nuovo con forza. I risultati di una survey condotta dall’Anaao Assomed a cui hanno risposto 2.130 tra medici e dirigenti sanitari rivelano che un operatore su tre è disposto a cambiare lavoro, soprattutto tra i 45 e i 55 anni di età; più della metà delle persone coinvolte è insoddisfatta delle condizioni del proprio lavoro e uno su quattro (26,1%) anche della qualità della propria vita di relazione o familiare.

Ciò significa che il lavoro ospedaliero è divenuto causa di sofferenza e di alienazione, che aumentano con il passare del tempo e si concretizzano in modo evidente proprio attorno ai 45-55 anni, età in cui normalmente ci si aspetterebbe una gratificazione professionale che non arriva. Occorre quindi intervenire per fermare l’esodo di medici e infermieri verso strutture convenzionate o private o addirittura all’estero. Ciò che, infatti, il personale si aspetta è una retribuzione maggiore, ma anche più tempo per sé stessi.

L’Italia spende solo il 6,1% del Pil, la cifra più bassa tra i paesi del G7, al di sotto della media europea di 11.3%. Aumentando la aspettativa di vita delle persone, occorre incentivare la medicina di prossimità, ma anche aumentare i posti letto negli ospedali.

L’opinione degli esperti

Fabio Liberati, direttore dell’Istituto Romano San Michele – Azienda pubblica di Servizi alla Persona della Regione Lazio, lo dice chiaramente: «Il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro nel campo delle professioni sanitarie non sembra imputabile ad insufficienti servizi di orientamento e impiego, ma piuttosto ad una sempre più evidente mancanza di figure professionali rispetto alle necessità del sistema pubblico. Un sistema penalizzato, oltre che dalla mancanza di medici e infermieri, dalla carenza di posti letto, dal basso rapporto tra spesa sanitaria e Pil, dalla bassa remunerazione del personale ospedaliero, dalle diffuse eterogeneità tra regioni. Ad aggravare questa situazione è intervenuta la pandemia da COVID-19 che ha comportato la necessità di recuperare le prestazioni perse per oltre il 60% durane il periodo di emergenza».

In questa situazione è a rischio la tenuta stessa del sistema sociale del Paese. Liberati snocciola alcuni numeri importanti: «Secondo le ultime stime che emergono dal 18° Rapporto sulla Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità dell’Università di Roma Tor Vergata, mancano circa 30.000 medici e 250.000 infermieri per allineare le capacità del sistema sanitario italiano alla media dei paesi europei in un Paese come l’Italia in cui l’elevata età media della popolazione e il rapido processo di invecchiamento demografico, comporterà un incremento sempre più evidente della domanda dei servizi medico-assistenziali».

Se si considerano i circa 12mila medici che vanno in pensione ogni anno, per colmare il gap in Italia si dovrebbero assumere almeno 15mila medici all’anno per i prossimi dieci anni.
Per gli infermieri la situazione è ancora più allarmante
, visto che il numero di questi operatori sanitari per abitante, è in Italia circa la metà rispetto alla media dei paesi europei (5,7 per 1.000 abitanti contro i 9,7 dei Paesi EU), fa sapere il direttore dell’Istituto romano San Michele. Non può bastare, dal suo punto di vista, allungare il servizio dei medici in età pensionabile e neanche sperare che dall’estero arrivino figure professionali a colmare il gap, perché l’Italia non è attrattiva anche per i bassi livelli retributivi.

«I medici italiani guadagnano in media il 6% in meno dei colleghi europei, mentre gli infermieri fino al 40% in meno. Poco attrattive anche le tipologie contrattuali applicate, visto che a una grande percentuale di professionisti vengono offerti contratti “flessibili” a tempo determinato», spiega Liberati. Un altro aspetto da considerare è quello della concorrenza delle cliniche private che offrono stipendi migliori.

Inoltre, «le iscrizioni alle facoltà per medici, infermieri, fisioterapisti, tecnici di laboratorio e radiologi, ostetrici, non crescono in misura sufficiente ad assicurare un’inversione di tendenza nella disponibilità di professioni specialistiche, in una situazione in cui la frequenza dei corsi accademici è caratterizzata da alta selettività in ingresso, numero chiuso, lunga durata degli studi, prospettive di lavoro caratterizzate da elevata responsabilità e forte stress operativo», scandisce il direttore. Il rischio per cittadini e cittadine di essere privati del servizio pubblico è elevato, mettendo a repentaglio l’equità sociale.

Possibili soluzioni ed interventi necessari

Per Liberati, quindi, occorre intervenire su più aspetti: «Maggiore investimento pubblico nella sanità, definizione di un piano nazionale di identificazione degli sprechi e delle inefficienze; riduzione della eterogeneità regionali, con la definizione dei livelli di assistenza minima e di criteri di controllo centrale; un piano di azione efficace per risolvere la carenza di operatori sanitari, essenzialmente attraverso l’incremento delle capacità formative del sistema accademico, l’incremento dei livelli retributivi e di condizioni che favoriscano la mobilità territoriale delle risorse umane specializzate».

Andrea Benigni, Amministratore Delegato di Eca Italia, rivela anche «nel recente decreto bollette ci sono novità di rilievo per gli ospedali ed il servizio sanitario ed in particolare per la famiglia professionale degli infermieri a cui verrà consentito di lavorare in una seconda struttura (clinica privata, RSA…) una volta finito il proprio turno di lavoro».

Per Benigni, però, «sarebbe stato probabilmente più produttivo rendere i turni più leggeri ed aprire una strategia retributiva che tendesse a migliorare gli stipendi, oltre ad investire su formazione e nuovi futuri potenziali professionisti del settore». Anche perché, sottolinea l’AD di Eca Italia, «il decreto bollette non risolve la principale criticità, che è la carenza di infermieri, la domanda pubblica e privata sovrasta clamorosamente l’offerta di professionalità disponibile in Italia, circostanza che riguarda in questo senso anche i medici».

Benigni cita il caso della vicina Svizzera, dove infermieri italiani si recano per lavorare, rincasando la sera in Italia e ricevendo il doppio della retribuzione.

«L’impennata della domanda di professionalità sanitarie dall’estero è stata la fisiologica conseguenza, una circostanza che i nostri team che si occupano di immigrazione registrano quotidianamente: la pressione che stiamo ricevendo da strutture private per l’assunzione di infermieri reclutati in Est Europa e soprattutto in Sud America, piuttosto che in Asia è di assoluto rilievo. La domanda verso professionalità extra UE, più elevata che non quella verso l’area UE, si scontra peraltro con le rigidità della Bossi Fini che anche su questo fronte dimostra il suo strutturale anacronismo», commenta Benigni.

Per queste persone, il decreto Crescita, l’Italia diventa un paese appetibile: «Laddove ci sia il pieno rispetto dei requisiti, un infermiere straniero che si trattiene nel nostro paese per oltre due anni con conseguente acquisizione della residenza in Italia vedrà ridotta la sua base imponibile al 30% del totale della sua retribuzione, considerato che una retribuzione di un infermiere professionale del settore privato si attesta intorno ai 30.000 euro si significherà spesso una tassazione non troppo lontana dallo zero».

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