L’outplacement, un’opportunità da sfruttare e in cerca di sostegno


I servizi di ricollocazione nelle aziende in Italia sono ancora sottodimensionati a causa delle leggi e di una mentalità conservatrice sul tema. Le società del settore e Aiso, associazione di categoria, chiedono un cambio di passo: «Può essere lo strumento utile in questa fase di crisi»

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L’outplacement, o ricollocazione, può essere un’arma decisiva nella lotta contro la crisi lavorativa scatenata dall’epidemia di Covid-19. Ad approfondire questo tema è un articolo del Sole 24 Ore nel quale viene però ricordato come questa opportunità venga spesso sottovalutata e non sfruttata a dovere.

Come sottolinea Cetti Galante, amministratore delegato di Intoo (Gi Group), la più grande società del settore, «nella cassetta degli attrezzi finalizzata a fare rimanere dentro il mercato del lavoro le persone è il momento di riconoscere la validità dell’outplacement. È molto utilizzato perché obbligatorio in Paesi come per esempio la Spagna, la Francia o il Belgio. I numeri dell’Italia, dove lo strumento è stato introdotto con professionalità specialistiche 30 anni fa, si fermano invece a 10.000 dipendenti assistiti all’anno».

Partendo proprio dai dati di Intoo viene spiegato che, a causa del blocco dei licenziamenti, le prese in carico sono passate dalle oltre 2.000 del 2019 a poco più di mille, con un calo del 40%. Tra l’altro va anche ricordato che la legge Biagi non permette al singolo lavoratore di acquistare servizi di outplacement, lasciando la possibilità solo alle imprese. «Le percentuali di successo però sono in crescita anche in un anno così difficile come questo – osserva Galante – Le oltre mille persone aiutate da Intoo durante il 2020 hanno ritrovato lavoro nell’85% dei casi in sei mesi e mezzo. Il 70% come dipendenti e il resto optando per una professionalità autonoma. Dal momento che l’età media delle persone che abbiamo aiutato è di 45 anni questi dati sono ancora più eclatanti».

Per Aiso, l’associazione italiana del settore, il blocco dei licenziamenti non ha potuto evitare anche un fisiologico calo dell’occupazione e, allo stesso tempo, l’aver frenato l’uso della ricollocazione ha rappresentato uno svantaggio. «Abbiamo avviato un dialogo con le istituzioni e i partiti per porre rimedio a questa situazione – commenta Cristiano Pechy, presidente di Aiso – Il servizio che offriamo è un ingranaggio in più nella macchina italiana ma non è utilizzato abbastanza». Secondo Galante le motivazioni sono diverse: «Da un lato il sindacato non è tipicamente un promotore dell’outplacement e tende a voler monetizzare il servizio. In questo modo le imprese lo considerano solo un ulteriore costo che si va ad aggiungere agli altri». Per Pechy serve una defiscalizzazione mirata a questo mondo: «Bisogna comprenderlo tra i servizi finanziabili con i fondi interprofessionali oppure includendolo in una delle linee previste dal Recovery Fund dedicate al lavoro. Questa azione sarebbe utilissima per finanziare il costo del servizio per quelle realtà che fallendo non hanno le risorse per garantire l’outplacement».

Infine ci sarebbe anche un potenziale vantaggio per lo Stato. Le statistiche, infatti, rilevano che con l’outplacement le persone si riescono a ricollocare dimezzando i normali tempi, che sono in media di un anno. Accelerare permetterebbe di valorizzare meglio anche le risorse pubbliche. Galante calcola che stimando 6 mesi medi di risparmio sulla Naspi per 150.000 supportate si riuscirebbe a salvaguardare un miliardo di euro del sistema pubblico. «Bisogna fare in modo che le persone vengano ricollocate in tempi brevi – osserva l’amministratore delegato di Intoo – Riducendo i tempi degli ammortizzatori passivi».

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