Rinnovo contratto metalmeccanici: partenza in salita

C’è molta distanza tra le richieste dei sindacati, che puntano a un aumento di stipendio dell’8%, e l’impostazione delle imprese che è orientata al welfare aziendale e ad altre forme di salario differito. Ma la trattativa è avviata. Il rinnovo interessa circa 1,6 milioni di lavoratori, il comparto è il secondo più grande d’Europa e produce 100 miliardi di valore aggiunto ogni anno.

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Le trattative per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici rappresentano sempre il termometro delle relazioni industriali italiane, anche se il lavoro sta cambiando, anche se la produzione si sta sempre più smaterializzando. Anche se le tute blu, letteralmente intese, sono un retaggio novecentesco che, in fabbrica, sta lasciando il posto al camice e al computer. È un contratto importante, perché influenza tutti gli altri rinnovi di categoria, perché introduce spesso innovazioni che diventano modello per altri (ad esempio la formazione obbligatoria sulle competenze digitali) e anche per il destino di un comparto che ha risentito della crisi, ma è vitale per l’economia italiana. Questi i numeri chiave contenuti in un rapporto di Federmeccanica: in Italia il settore metalmeccanico occupa circa 1, 6 milioni di addetti, il secondo più grande in Europa dopo la Germania. Produce ricchezza (misurata con il valore aggiunto) per circa 100 miliardi di euro. Esporta beni per 200 miliardi. L’attivo del suo interscambio (60 miliardi di euro) contribuisce al totale riequilibrio della bilancia commerciale italiana, strutturalmente deficitaria.

Le trattative

Il vecchio contratto, siglato nel 2016, scade a fine anno. Le trattative per il rinnovo sono avviate. Dopo molti anni, i sindacati Fim-Fiom e Uilm hanno presentato una piattaforma unitaria e, nonostante le notevoli differenze tra le richieste dei sindacati e la proposta delle imprese, non c’è stata rottura. È una trattativa in salita, ma si procede. Per ora almeno. Sindacati e imprese torneranno a incontrarsi a fine novembre dopo un primo round ospitato dal Cnel. Secondo i resoconti, si confrontano due impostazioni: quella sindacale, che punta a un aumento dei minimi dell’8% (circa 150 euro) e quella datoriale, che punta sull’estensione delle prestazioni di welfare al posto dell’aumento salariale tout court. La piattaforma sindacale è molto articolata e sul tema welfare la richiesta è un aumento di 50 euro, fino a 250 euro annuali garantiti a tutti (al netto degli integrativi che ogni singola azienda può negoziare con le rappresentanze dei lavoratori). Solo nel 37% delle aziende metalmeccaniche si fanno contratti integrativi, secondo il segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli. Anche per questo i sindacati spingono per un aumento salariale valido per tutti e molto più elevato rispetto a quello ottenuto nell’ultimo rinnovo. Nel contratto attualmente in vigore si puntava molto sull’estensione dei contratti di secondo livello.

Le imprese

Non ci sono state dichiarazioni pubbliche da parte di Federmeccanica, dopo il primo incontro con i sindacati. Ma l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese metalmeccaniche, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, ha sottolineato che – con l’introduzione dell’assistenza sanitaria integrativa obbligatoria a totale carico delle imprese – solo nel 2018 sono state erogate 2 milioni e 250 mila prestazioni, per un valore superiore ai 150 milioni. Parallelamente, l’introduzione dei flexible benefits (il cd. welfare, 200 euro a persona nel 2019) ha determinato un incremento effettivo del potere d’acquisto dei lavoratori pari a 450 euro netti nel triennio, mentre l’aumento del contributo a carico delle imprese per il fondo Cometa consentirà di avere una retribuzione differita più alta sotto forma di pensione integrativa.

Che le imprese stiano puntando sulla cosiddetta retribuzione differita o sui benefit lo dimostra un paper di Federmeccanica in cui il welfare viene definito “salario più alto, costo più basso”, perchè incentivato fiscalmente. Proprio il tema della fiscalizzazione degli aumenti potrebbe spingere la trattativa in porto, ma servirebbe un intervento del Governo, al quale si guarda come per ogni rinnovo di importanti contratti di lavoro.

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