Smart Working: diritti del lavoratore e dell’azienda

Un anno fa veniva approvata la prima legge per disciplinare il lavoro agile. Quanto è diffuso nel nostro Paese? I dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano

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In Italia lo smart working, ossia il cosiddetto “lavoro agile”, è legge dalla primavera del 2017. La norma disciplina per la prima volta nel nostro Paese questa forma di prestazione lavorativa che slega la produttività del dipendente dal luogo in cui l’attività viene svolta.

Così la definisce l’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano: “una filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

La legge (n.81/2017) stabilisce, innanzitutto, il principio di volontarietà e la necessità di un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, che espliciti l’esecuzione della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali, la durata dell’accordo, il rispetto dei tempi di riposo, il diritto alla disconnessione (per evitare che il lavoratore diventi schiavo di una connessione h24) e le modalità di recesso. Il lavoro resta di tipo subordinato e chi ricorre allo smart working ha diritto allo stesso tipo di trattamento economico e la stessa tutela assicurativa contro gli infortuni e le malattie professionali di chi sceglie di lavorare in azienda.

Quello che cambia è l’organizzazione del tempo di lavoro: non ci sono precisi vincoli di luogo e di orari, tranne quello della durata massima dell’orario in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Benché lo smart working si presti a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il dipendente, richiede imprescindibilmente il ricorso a strumenti tecnologici di “controllo”, anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.

Qual è la situazione in Italia a un anno dalla legge? A monitorare lo stato delle cose è l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, secondo il quale nel 2017 il lavoro agile è aumentato del 14% rispetto al 2016 (e del 60% rispetto al 2013) e gli smart worker in Italia hanno superato il tetto dei 300 mila, a dimostrazione di un fenomeno in crescita ed evoluzione. Lo Smart Working è diffuso soprattutto tra le grandi imprese: sono il 36% quelle che hanno già lanciato progetti strutturati, mentre una su due ne ha avviato o ne sta per avviare uno. Ma, sempre secondo i dati dell’Osservatorio, l’interesse per il lavoro agile cresce anche nelle Piccole e Medie Imprese (il 22% ha piani di smart working) e nella pubblica amministrazione, dove – pur essendo solo il 5% gli enti che hanno attivato progetti strutturati (il 4% dichiara di applicare lo smart working informalmente) – c’è un notevole fermento al riguardo, con iniziative già pianificate per il prossimo anno.

La legge sul lavoro agile si applica, infatti, anche al pubblico impiego: la Direttiva n. 3/2017 prevede che le pubbliche amministrazioni, nei limiti delle risorse di bilancio disponibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, adottino misure organizzative volte a fissare obiettivi annuali per l’attuazione del telelavoro e sperimentare forme di lavoro agile o di smart working. A partire dal 15 novembre 2017 è inoltre disponibile sul portale del Ministero del Lavoro una piattaforma informatica per la trasmissione degli accordi individuali di lavoro agile.

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