Occupazione senior: le prospettive degli over 50

La crescita degli over 50 supera i 10 milioni di occupati e diventa un fattore di tenuta del mercato del lavoro italiano, tra vincoli demografici e riforme pensionistiche. Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bergamo, Responsabile Relazioni Sindacali di CIFA Italia

occupazione senior

Superare i 10 milioni di occupati over 50 non è solo un dato statistico: è il segnale di una trasformazione silenziosa che sta ridisegnando il mercato del lavoro italiano. Mentre i tassi di disoccupazione toccano i minimi storici, la crescita occupazionale degli ultimi vent’anni racconta una storia precisa — e per certi versi scomoda. Non sono i giovani a trainare i numeri, ma una forza lavoro che invecchia, spinta a restare attiva sempre più a lungo da riforme pensionistiche che spostano in avanti l’uscita dal lavoro.

Un fenomeno figlio della demografia prima ancora che delle politiche attive, come sottolinea Giancarlo Bergamo, Responsabile Relazioni Sindacali di CIFA Italia: «È una conseguenza che viene da lontano. I dati sulle nascite sono in segno negativo da più di trent’anni».

I dati Istat mostrano che tutta la crescita occupazionale degli ultimi vent’anni è concentrata sugli over 50. Dal suo punto di vista, si tratta di un successo del mercato del lavoro o di una conseguenza di altri fattori?

È una conseguenza che viene da lontano, con i dati sulle nascite che sono in segno negativo da più di trent’anni. Anche il recente report del Ministero del Lavoro lo conferma: c’è un calo delle assunzioni dei giovani semplicemente perché i giovani sono sempre di meno, anche se sono quelli più ricercati. Di converso, l’invecchiamento della popolazione fa sì che le nuove assunzioni riguardino in misura crescente persone che superano i cinquant’anni. È più un dato demografico che un segnale di vitalità del mercato.

Le aziende stanno affrontando la questione del lavoratore senior in modo proattivo, o si tratta di un fenomeno che avviene per inerzia?

Dal mio punto di vista – e sono anche io un over 50 – la percezione è che si tratti più di un dato di riflesso che di una scelta esplicita delle aziende. Nella maggior parte dei casi le imprese cercano personale junior con esperienza, che è una contraddizione in termini. La ragione è semplice: il profilo giovane consente di proporre retribuzioni più basse, più in linea con quanto le aziende vogliono spendere. A parità di condizioni, l’azienda sceglie quasi sempre il candidato più giovane.

C’è un rischio di conflitto generazionale nelle dinamiche aziendali, tra over 50 e giovani?

Quando ero giovane non vedevo l’ora che i più anziani si facessero da parte. Adesso che sono dalla parte opposta, devo dire che non avverto questo conflitto con la stessa intensità. Il giovane di oggi è profondamente diverso da quello che ero io: ha altre priorità – il tempo libero, la sostenibilità, l’equilibrio vita-lavoro – che noi a quell’età non consideravamo nemmeno. Penso allo smart working: c’è stata una spinta enorme durante e dopo il Covid, ma oggi stiamo assistendo a un arretramento. 

Lo stesso fenomeno di crescita occupazionale si osserva anche per le donne over 50. Ci sono differenze rispetto alla componente maschile?

La dinamica di fondo è la stessa. Anche per le donne l’incremento riguarda la fascia over 50, e questo ha una spiegazione comprensibile: a quell’età, fortunatamente con tempi che stanno lentamente cambiando, le donne hanno già alle spalle il periodo più intenso di gestione della famiglia e dei figli, e sono quindi più disponibili a dedicarsi al lavoro. Differenziare tra uomo e donna rimane comunque un esercizio delicato, perché le differenze strutturali nel mercato del lavoro italiano restano significative.

Esistono strumenti contrattuali per finanziare la formazione continua degli over 50?

Dedicati agli over 50 non ce ne sono molti, anche se alcuni fondi interprofessionali hanno sviluppato misure. Il tema della formazione continua è però più ampio e purtroppo ancora irrisolto: molte aziende non versano nulla ai fondi interprofessionali, perdendo risorse che sarebbero gratuite e a disposizione dei loro lavoratori. È sufficiente destinare lo 0,30% per legge e scegliere il fondo, eppure l’adesione non è universale. Per gli over 50 la formazione finanziata è spesso legata alla ricollocazione o alla riconversione professionale, e si sovrappone alle misure per i disoccupati,  perché, paradossalmente, nonostante l’occupazione over 50 stia crescendo, questa fascia rimane quella più esposta al rischio di perdere il lavoro e non ritrovarlo.

Guardando ai prossimi cinque anni, come vede evolversi questa situazione?

La demografia non inganna, nascono meno persone. Le aziende saranno costrette a fare i conti con questo scenario in modo sempre più concreto. Vedo due tendenze destinate a consolidarsi: da un lato il ricorso a manodopera straniera diventerà inevitabile; dall’altro, con l’innalzamento dell’età pensionabile, gli over 50 rimarranno nel mercato sempre più a lungo, come consulenti o lavoratori autonomi. Non è un caso che i contratti a termine stiano diminuendo mentre crescono quelli di natura autonoma: molti over 50 che faticano a ricollocarsi con un’assunzione si stanno convertendo al lavoro indipendente. Questa tendenza si consoliderà ulteriormente nei prossimi anni.

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