Pay transparency, solo 4 lavoratori italiani su 10 conoscono la nuova normativa
Secondo “HR & Payroll Pulse” di SD Worx, solo il 37% dei lavoratori ritiene adeguata la propria retribuzione e appena il 32% vede un impegno concreto delle aziende contro le disuguaglianze salariali. Intanto si avvicina la scadenza del 7 giugno 2026 per il recepimento della Direttiva UE sulla trasparenza retributiva

La Direttiva UE sulla trasparenza retributiva dovrà essere recepita da tutti gli Stati membri entro il 7 giugno 2026. Anche l’Italia sarà quindi chiamata ad adeguare la propria normativa introducendo nuovi obblighi in materia di comunicazione salariale, criteri retributivi e tutela contro le discriminazioni.
Ma quanto aziende e lavoratori sono davvero pronti? A fotografare la situazione è l’edizione 2026 di “HR & Payroll Pulse”, la ricerca realizzata da SD Worx su un campione di 16.500 lavoratori e 5.936 responsabili HR in sedici Paesi europei.
Secondo l’indagine, il 40% dei dipendenti italiani dichiara di conoscere la normativa sulla trasparenza retributiva. La quota scende al 37% tra gli under 25 e al 34% nella fascia 50-54 anni.
Equità salariale: la distanza tra percezione dei lavoratori e aziende
Sul fronte salariale, solo il 37% dei lavoratori italiani ritiene che la propria retribuzione sia adeguata rispetto alle mansioni svolte, mentre il 34% la considera non proporzionata e quasi uno su tre non esprime un giudizio netto.
Anche quando il confronto riguarda colleghi con mansioni simili, la percezione di equità retributiva interna coinvolge il 44% degli intervistati, indipendentemente da genere e ruolo. La percentuale scende al 40% tra le donne e al 35,5% nella fascia 45-49 anni. In Europa, invece, la media raggiunge il 52%, con risultati particolarmente elevati in Irlanda (63%), Regno Unito e Finlandia (60%) e Paesi Bassi (57%).
Quanto all’impegno delle aziende, solo il 32% dei lavoratori ritiene che la propria organizzazione monitori e corregga davvero le disuguaglianze salariali. Tra le donne la percentuale cala ulteriormente, fino al 26%, uno dei dati più bassi in Europa.
Le aziende, però, hanno una percezione diversa. In Italia il 63% dei datori di lavoro ritiene di garantire ai propri dipendenti una retribuzione equa. La quota sale al 73% in Irlanda e Norvegia, al 72% nel Regno Unito e al 70% nei Paesi Bassi. Resta però una parte di imprese che ammette di non assicurare una piena equità salariale: il dato riguarda il 13% delle aziende, sia in Italia sia nella media europea.
Trasparenza retributiva e strumenti concreti
Anche sul fronte della compliance, le organizzazioni si mostrano fiduciose: nove su dieci dichiarano di avere già adottato misure considerate adeguate per rispondere ai requisiti della normativa. In Italia, il 64% delle imprese si considera pronto alla trasparenza retributiva; tra quelle con oltre 1.000 dipendenti la quota sale al 71%, mentre il 27% si definisce ancora solo parzialmente conforme.
Il quadro italiano è vicino alla media europea. La Norvegia è il Paese che dichiara il livello di preparazione più alto (70%), mentre la Croazia si ferma al 51%. Più limitata appare invece la diffusione di strumenti concreti per rendere davvero accessibili le informazioni salariali: solo il 23% delle aziende italiane mette a disposizione dashboard o sistemi strutturati per aiutare i dipendenti a comprendere criteri e politiche retributive. Nelle imprese con meno di 100 addetti la quota scende al 6%.
La pay transparency pesa anche sull’employer branding
La trasparenza salariale pesa anche nelle scelte professionali. Il 59% dei lavoratori italiani la considera un elemento importante, o molto importante, nella valutazione di un futuro datore di lavoro. Tra le donne il dato sale al 62%, mentre raggiunge il 64% nelle microimprese con meno di 10 dipendenti e il 60% nelle aziende tra 10 e 49 addetti.
Nonostante le criticità evidenziate dall’indagine, le aspettative restano alte: il 55% degli italiani ritiene che la trasparenza retributiva porterà miglioramenti concreti, contro una media europea del 52%. La quota sale al 58% tra i giovani e al 57% tra chi lavora nella stessa azienda da oltre dieci anni.



