Retribuzione versus retention: il peso dei salari nell’Italia che non recupera
Gli stipendi pubblicati negli annunci hanno perso oltre l’11% del loro potere d’acquisto in cinque anni. Un dato che pesa anche su retention e attrattività

Mentre la direttiva europea sulla trasparenza salariale entra in vigore anche in Italia e obbliga le aziende a rivedere il modo in cui comunicano e giustificano i livelli retributivi, il vero tema resta un altro: quanto gli stipendi riescono ancora a far fronte al costo della vita.
Secondo l’ultima analisi di Indeed Hiring Lab, tra gennaio 2021 e gennaio 2026 il potere d’acquisto dei salari pubblicati negli annunci di lavoro in Italia è diminuito dell’11,1%. Un divario che continua ad ampliarsi.
Per chi si occupa di persone in azienda, oltre a verificare se le retribuzioni sono allineate al mercato, il punto diventa quanto valore reale gli stipendi stiano perdendo nel tempo.
Il recupero che manca all’Italia
Indeed ha costruito un indice cumulativo dei salari reali, fissando a 100 il valore di gennaio 2021. Un indice superiore a 100 indica che i salari sono cresciuti più dell’inflazione, mentre sotto quella soglia hanno perso terreno. Paesi Bassi (99,7), Germania (99,1) e Irlanda (99,1) sono ormai vicini ai livelli di partenza. Stati Uniti e Regno Unito hanno già recuperato del tutto. L’Italia, invece, si ferma a 89,9: oltre dieci punti sotto l’inflazione cumulata, il dato peggiore tra le principali economie analizzate. Nei dodici mesi fino a gennaio 2026 i salari pubblicati negli annunci sono aumentati appena dello 0,3%, mentre l’inflazione si è attestata all’1%.
Le ragioni di un divario che resiste
Uno dei fattori principali è la lentezza con cui gli stipendi vengono aggiornati. Eppure la domanda di lavoro continua a mantenersi elevata. Secondo un’altra analisi di Indeed Hiring Lab, alla fine di agosto 2025 gli annunci di lavoro in Italia erano ancora il 53% sopra i livelli pre-pandemici, uno dei risultati migliori in Europa insieme alla Spagna.
Questo livello di domanda, però, non si è tradotto in un recupero dei salari reali. Gli analisti attribuiscono questo disallineamento soprattutto a fattori di lungo periodo, come i ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi. Un aspetto che pesa ancora di più oggi, mentre la crescita salariale rallenta in gran parte dei Paesi europei.
Una lettura simile emerge anche dall’ultimo Bollettino Economico della Banca d’Italia (n. 2/2026, aprile). I contratti ancora in attesa di rinnovo, quelli da cui potrebbe arrivare una spinta alle retribuzioni, riguardano circa il 12% dei lavoratori del settore privato. Per questo un recupero salariale significativo nel 2026 appare poco probabile.
C’è poi un elemento più profondo. Come osserva Bankitalia, il sistema italiano di contrattazione collettiva non prevede, nella maggior parte dei casi, clausole automatiche di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione. Quando sono presenti, queste fanno generalmente riferimento a un indice dei prezzi che esclude i beni energetici importati, una delle componenti che negli ultimi anni ha inciso maggiormente sulla crescita dei prezzi.
In pratica, quando il costo della vita aumenta, gli stipendi seguono con tempi molto più lunghi: servono trattative, rinnovi contrattuali e nuovi accordi, mentre il potere d’acquisto continua a ridursi. È una dinamica diversa da quella osservata in mercati come i Paesi Bassi o il Regno Unito, dove le retribuzioni riportate negli annunci vengono aggiornate quasi il doppio delle volte rispetto all’Italia e gli adeguamenti, quando arrivano, tendono anche a essere più consistenti.
Cosa significa per chi fa retention
Le aziende devono tenere conto che un lavoratore che vede diminuire il valore reale del proprio stipendio difficilmente aspetta il prossimo rinnovo contrattuale per rendersene conto. Confronta le offerte, guarda gli annunci e valuta se cambiare lavoro. E in un mercato in cui la domanda resta elevata, le alternative non mancano.
A rendere il quadro ancora più delicato c’è ora la trasparenza salariale. Con il decreto che recepisce la direttiva UE 2023/970, entrato in vigore il 7 giugno, le aziende italiane dovranno indicare le fasce retributive già durante la selezione e motivare eventuali differenze di trattamento.
Se le politiche salariali non hanno tenuto il passo con l’inflazione, questo passaggio potrebbe rivelarsi un elemento critico: la trasparenza renderà molto più evidenti i divari che finora erano rimasti meno visibili.



