Laura Bruno (Sanofi): la vera sfida delle HR? Far sentire le persone viste, ascoltate e rispettate
Per Laura Bruno, People & Culture Director di Sanofi Italia, tutto è cominciato dalla passione per le persone. In questo dialogo racconta la sua visione delle Risorse Umane, dalle sfide della leadership al futuro del lavoro nei settori che guidano l’innovazione

Laura Bruno è People & Culture Director di Sanofi Italia, la realtà italiana di una delle principali aziende biofarmaceutiche a livello mondiale, dove guida la strategia HR con una visione che integra business, innovazione e profonda attenzione alla dimensione umana del lavoro. Da sempre impegnata sui temi della leadership femminile e della diversità, rappresenta una voce autorevole nel panorama delle Risorse Umane italiane. Di sé, racconta che quello che la spinge, ogni giorno, a fare il suo lavoro è «La consapevolezza che forse, in qualche piccolo modo, contribuirò a rendere il posto di lavoro di qualcuno un posto migliore. E che nessuno sarà discriminato, ma potrà essere sé stesso. Per me è vita. È la ragione per cui faccio quello che faccio. Ogni giorno è un’opportunità per fare la differenza nella vita di qualcuno, e questo è un privilegio che non do mai per scontato».
In questa intervista ripercorre il suo percorso professionale, dalle prime esperienze nelle Risorse Umane alle sfide della leadership, fino alla sua visione del futuro del lavoro e di un settore come quello farmaceutico, dove dietro il lavoro di ogni persona c’è, in ultima analisi, la possibilità di migliorare vita e salute.
Come ha scoperto la sua passione per le Risorse Umane?
Non è stata una scelta immediata, tutt’altro. Da giovane avevo mille interessi. Solo per dirne una, l’archeologia… Eppure, con il tempo, ho capito che c’era qualcosa che mi affascinava profondamente: capire le persone, quale fosse la loro spinta interna, che cosa le faceva stare bene o male, per arrivare poi a un contesto più complesso come quello lavorativo. Partendo dal lanciarmi nelle sfide del business, ho progressivamente capito che esisteva una professione che mi avrebbe permesso di mettere tutto questo insieme.
Le HR sono relazioni, ascolto, sviluppo, ma anche – e questo è fondamentale – la capacità di comprendere come le sfide del business possano fare leva sulle dinamiche organizzative. In questa dinamica ho trovato la mia strada, quello che mi appassionava, che mi faceva riconoscere l’obiettivo da raggiungere, giorno dopo giorno.
Da sempre mi sono sentita espressione di managerialità femminile ed ecco allora che con il tempo mi sono “investita” come paladina della diversità e dell’inclusione. Sono questi i valori che hanno guidato ogni scelta della mia carriera.
Come ha mosso i primi passi nel mondo delle risorse umane?
Ho iniziato con curiosità e tanta voglia di imparare. All’inizio non avevo tutte le risposte, ma avevo l’intuizione che questo fosse un campo dove potevo fare, nel mio piccolo, la differenza. Ho cercato di assorbire tutto: dai processi più tecnici alle dinamiche relazionali, dalla normativa alla psicologia organizzativa.
Quello che mi ha aiutato di più è stato non avere mai paura di fare domande e di mettermi in gioco, anche quando non mi sentivo completamente pronta. Le HR si imparano sul campo, nelle conversazioni difficili, nei momenti di crisi, nelle piccole e grandi vittorie, il più delle volte silenziose.
Qual è stata la sfida più grande che ha affrontato?
Sicuramente i momenti di trasformazione organizzativa e sociale: le fusioni societarie, le acquisizioni, l’arrivo di nuove tecnologie e nuovi processi, i più profondi cambiamenti di strategia nel settore e nell’azienda.
Quando un’azienda cambia – struttura, cultura, leadership – le persone sono disorientate. È in quei momenti che devi essere il ponte tra la direzione e le persone. Devi saper ascoltare e comunicare con chiarezza e onestà, senza creare allarmismi ma nemmeno false aspettative o certezze che tu stesso non hai. È un equilibrio delicato, ma è anche il momento in cui la tua esperienza e la tua sensibilità contano di più.
La sfida non è solo gestire il cambiamento, ma accompagnare le persone, facendole sentire viste, ascoltate e rispettate.
Quale è stato il passaggio più importante della sua carriera?
Ce ne sono stati diversi, ma quello che ricordo con più emozione è stato il momento in cui ho capito che il mio ruolo non era solo “gestire” le persone, ma creare le condizioni perché potessero esprimere il loro pieno potenziale.
È stato un cambio di paradigma: da esecutrice di processi a facilitatrice di crescita. Da quel momento ho iniziato a vedere ogni progetto, ogni conversazione, ogni decisione attraverso questa lente. E tutto è cambiato.
Con i cambiamenti in corso, quali sono secondo lei le prospettive del ruolo delle HR nel prossimo futuro?
Siamo in un momento di trasformazione epocale, e le HR hanno un ruolo cruciale da giocare.
L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione cambieranno molti processi, ma renderanno ancora più prezioso ciò che è autenticamente umano: l’empatia, l’ascolto, la capacità di creare connessioni, di unire i puntini. Le HR del futuro dovranno essere più umane, non certo meno.
Il benessere delle persone non è più un “nice to have”, è un imperativo strategico. Salute mentale, work-life integration, senso di appartenenza sono temi da tempo al centro della nostra agenda. Le HR devono diventare architetti di esperienze lavorative che nutrono le persone, non solo che le impiegano.
La diversità e l’inclusione sono leve di innovazione. Le organizzazioni che sapranno valorizzare davvero le differenze – di genere, di generazione, background, pensiero – saranno quelle che vinceranno.
Le risorse umane devono essere sempre più capaci di essere business partner strategici. Non basta conoscere le persone, bisogna capire il business, anticipare i trend, portare dati e conoscenze che guidano le decisioni. Ma senza mai perdere di vista la persona. In sintesi, il futuro delle HR è un magico equilibrio tra tecnologia e umanità, tra dati e intuizione, tra performance e cura. E io sono convinta che questo sia il momento più entusiasmante per fare questo mestiere.
Sanofi mette la ricerca e l’innovazione al servizio della salute. Come si traduce questo nel suo lavoro quotidiano?
Sapere che dietro ogni ruolo c’è una persona e che dietro il contributo di ognuno di noi c’è un’esigenza di un paziente che grazie al nostro lavoro può stare meglio mi trasmette un senso di responsabilità enorme, ma anche tanta energia.
Quando lavoro su un progetto di benessere organizzativo o su un piano di sviluppo, so che sto contribuendo – anche indirettamente – a qualcosa di molto più grande. Non stiamo solo costruendo carriere, stiamo costruendo un’organizzazione che può cambiare concretamente la vita delle persone. Questa consapevolezza dà un senso profondo a tutto quello che facciamo.
Cosa significa per lei essere People Director in un contesto come quello italiano?
L’Italia ha una sua anima unica: una profondità nelle relazioni, un senso del lavoro sociale che va oltre la performance. Ma c’è anche una complessità – normativa, culturale, generazionale – che rende questo ruolo stimolante ogni giorno.
Devi essere al tempo stesso strategica e business oriented, umana, rigorosa, equa e flessibile. Non ti annoi mai e hai stimoli continui. È un privilegio lavorare in un contesto così ricco e sfaccettato, dove ogni giorno ti chiede di essere la versione migliore di te stessa.
Qual è il momento di cui va più fiera?
Ce ne sono tanti, ma quelli che ricordo con più calore sono i momenti in cui ho visto qualcuno crescere.
Sono orgogliosa di vedere intorno a me direttori HR che hanno iniziato a lavorare con me e che sono cresciuti in ruoli apicali. Un manager che all’inizio faticava a gestire il suo team e poi è diventato un punto di riferimento. Una persona che pensava di aver raggiunto il suo limite e invece ha scoperto nuove capacità. Queste sono le vittorie vere, quelle che non finiscono in nessun KPI. Sono le storie che ti ricordano perché hai scelto questo lavoro.
Come vede il futuro del lavoro, soprattutto in un settore come il farmaceutico?
Il futuro è affascinante, nel senso più profondo: ibrido tra tecnologia e umanità, tra efficienza e cura, tra dati e intuizione.
L‘intelligenza artificiale cambierà molte cose, ma non cambierà il bisogno fondamentale delle persone di sentirsi ascoltate e valorizzate. Anzi, in un mondo sempre più automatizzato, la capacità di creare connessioni autentiche diventerà il vero differenziale competitivo.
Inoltre, il tema etico rimane sempre più centrale, e la mia funzione è al centro di questo. Le HR devono essere la coscienza dell’organizzazione, garanti che la tecnologia sia al servizio delle persone e non viceversa.
Nel farmaceutico, poi, c’è una responsabilità aggiuntiva: lavoriamo per la salute degli altri, e questo ci impone di essere un esempio anche nel modo in cui ci prendiamo cura dei nostri collaboratori.
Un consiglio a chi vuole intraprendere una carriera nelle HR oggi?
Essere curiosi, essere coraggiosi. E soprattutto: non smettere mai di ascoltare e di chiederti se stai rispettando le persone.
Le HR non sono una professione per chi cerca certezze o routine. È un lavoro che ti mette continuamente in discussione, che ti chiede di essere presente, di avere il coraggio di dire cose scomode quando serve, di difendere chi non ha voce.
E poi ricordarsi che questo lavoro ti cambia, ti fa crescere, anche soffrire, ma ti insegna qualcosa di nuovo ogni giorno, se sei disposta a imparare. È una delle professioni più difficili, ma anche più gratificanti che esistano.



