A tu per tu con le Top HR Women: Silvia Beraldo

I direttori del personale si raccontano a Hr-Link. La protagonista è Silvia Beraldo, Chief Administrative Officer con funzioni di Head of HR, Organization & Processes, Real Estate & Facility di Nexi Group.

Silvia-Beraldo

Abbiamo dedicato una classifica alle Top Hr Women, con l’obiettivo di fare un focus su questo ruolo, ricoperto in molti casi da donne. Una buona notizia, visto che anche un recente report diffuso dall’Organizzazione mondiale del lavoro rivela che la presenza di donne in azienda nei ruoli manageriali fa aumentare il fatturato almeno del 15%. A confrontarsi con noi questa volta è Silvia Beraldo, Chief Administrative Officer con funzioni di Head of HR, Organization & Processes, Real Estate & Facility di Nexi Group, che ci ha raccontato come è iniziata la sua carriera, tra consulenza e azienda, e quali sono le sfide oggi, non solo per gli Hr ma per tutto il sistema, che deve saper affrontare la velocità del mondo che cambia e tenere alto il livello delle competenze.

Dott.ssa Beraldo, come è iniziata la sua carriera? Nel momento del suo primo colloquio, aveva già ben chiara la strada che l’ha portata dove è oggi?

La mia carriera si sostanzia di fatto in due macro fasi: i primi 10 anni li ho trascorsi in società di consulenza fornendo, appunto, servizi di consulenza strategica e organizzativa alle imprese. Poi ho deciso di cimentarmi con sfide diverse e sono passata a lavorare all’interno delle aziende; l’ingresso nel settore Hr è stato in parte casuale, passando attraverso settori diversi (consumer, industrial, pharma e ora fintech), partendo dall’area dell’organizzazione aziendale e aggiungendo via via esperienze che mi hanno portato ad avere responsabilità sempre più ampie. Diciamo che la mia carriera si è costruita in parte in modo pianificato e in parte anche grazie alle opportunità che si sono presentate.

Quale porta avrebbe voluto aprire?

Non posso dire di avere rimpianti rispetto a cose che non ho fatto. Forse, quando mi guardo allo specchio, un po’ con il sorriso, mi chiedo come sarebbe andata la mia vita se avessi fatto un’esperienza più consistente all’estero. A un certo punto ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Asia e in Australia, ma in quel momento, per motivi anche personali, non l’ho fatto. Le famose sliding doors… Semplicemente a volte mi chiedo chi sarei stata oggi se avessi fatto quel tipo di esperienza, ma me lo domando con la consapevolezza di una persona che sa di essere stata fortunata e di aver potuto scegliere.

Anche se le HR rappresentano una eccezione, in Italia il numero di donne in posizioni apicali d’impresa è ancora molto basso. Il fatto di essere donna l’ha ostacolata nel suo percorso? Rispetto a qualche anno fa, le cose stanno cambiando?

Devo essere sincera: osservo e vivo l’azienda dall’interno da poco di più di dieci anni, e quindi non ho, a livello personale, l’esperienza diretta per poter esprimere un’opinione di carattere generale, anche perché ho avuto fin da subito la possibilità di entrare con ruoli di una certa responsabilità. Per il mio vissuto e per quello che ho fatto, non ho visto gap. Credo poi che le aziende per cui ho lavorato mi abbiano scelta anche perché c’era un allineamento culturale e valoriale reciproco. E forse, grazie anche a questo fitting, ho trovato i contesti in cui ho lavorato rispettosi e in grado di valorizzare il contributo femminile. Certo: ciò che posso dire è che oggi la carriera – per una donna come per qualsiasi persona – si fonda molto sulla dedizione, sulla competenza, sul tempo che si può dedicare. Il tempo è una risorsa essenziale e un tema sensibile.

Qual è la dote più importante di un Hr manager?

Per me ha funzionato mantenere sempre l’allineamento a una chiara comprensione della strategia aziendale, nella quale l’elemento “people” è centrale: una grande focalizzazione verso gli obiettivi strategici sostenibili dell’azienda, unita a un certo tipo di sensibilità, è stata vincente. La motivazione delle persone, infatti, passa anche attraverso le forme di ingaggio più soft e non meccanistiche.

Conta più la formazione o l’esperienza sul campo?

I due aspetti sono collegati: non si può prescindere da un certo tipo di curiosità e di formazione, ma bisogna avere la forza e il coraggio di mettersi in discussione e di capire gli errori che si sono fatti, ascoltare gli altri con apertura: così si costruisce un circolo virtuoso, si affinano sensibilità e competenza. Importante è essere sempre aperti in termini di apprendimento tecnico e al contempo capire il contesto e avere sempre le antenne irte.

Qual è oggi la sfida professionale più grande per chi si occupa di Hr, nel suo settore?

La sfida più grande, oggi, non riguarda solo la funzione Risorse Umane, perché il tema è semmai di sistema. È necessario capire la velocità che il mondo sta dimostrando in termini di innovazione tecnologica e di processi e contemporaneamente riuscire a mantenere il livello di competenze delle persone alto, adeguato alle sfide, perché il rischio di obsolescenza è elevato. Per questo credo che la responsabilità sia di sistema: da un lato la vita, anche lavorativa, si allunga, e dall’altro si avverte il rischio che le persone non siano adeguate al mondo che cambia. È una contraddizione importante che richiede consapevolezza; il fatto che in azienda convivano persone molto senior e giovani è un grande asset, un valore se ben indirizzato: si uniscono la freschezza e un modus operandi nuovo con le competenze tecniche più consolidate e l’esperienza. Ormai le aziende hanno almeno tre generazioni di professionisti al proprio interno, con esigenze e bagaglio di professionalità e stimoli di tipo diverso. Ben venga farli lavorare insieme, ma è importante consentire a tutti di essere updated in un mondo ormai velocissimo e spesso non prevedibile…

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