Apprendere nell’infosfera: nel nuovo libro di Franco Amicucci le best practice per la transizione nella digital era

Pubblicato nell’ambito della collana HR Innovation – edita da Franco Angeli in collaborazione con AIDP – “Apprendere nell’infosfera. Esperienzialità e nuove frontiere della conoscenza”, di Franco Amicucci, è un manuale dell’innovazione aziendale nell’information age, epoca ibrida in cui digitale e analogico sono complementari e interdipendenti. Un insieme di best practice che hanno l’obiettivo di facilitare una transizione organica per le organizzazioni ancora ferme alle modalità tradizionali e offrire spunti utili a progettisti, insegnanti, formatori, consulenti, dirigenti, Ceo e responsabili delle risorse umane per l’innovazione dei percorsi formativi.

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Nell’infosfera, lo spazio ibrido dove vita reale e digitale si integrano e compenetrano, sono presenti opportunità di apprendimento come mai nella storia. La vita privata e lavorativa è sempre più popolata da app, realtà virtuale e aumentata, coach virtuali, sistemi di intelligenza artificiale e ambienti digitali che integrano e fanno evolvere la formazione tradizionale. Franco Amicucci, fondatore di Skilla, sociologo con più di 30 anni di esperienza nella formazione manageriale, nel suo ultimo libro offre spunti e strumenti per orientarsi nella nuova era dell’apprendimento.

Dottor Amicucci, quali sono le competenze indispensabili in questa nuova era dell’apprendimento?

«Sono molteplici ma possono essere sintetizzate in “Apprendere ad apprendere per tutto l’arco della vita”. Una frase semplice, ma che contiene una serie di rivoluzioni. Non è una cosa nuova, già nel memorandum della Commissione europea del 2000 lifelong learning  e life-wide learning erano individuate come categorie fondamentali dell’apprendimento del futuro. Oggi siamo in un contesto in cui vengono rotti essenzialmente due grandi paradigmi culturali della storia umana: il primo è la separazione tra l’apprendimento in una fase della vita, quella della scuola, e quello della fase successiva, ovvero il lavoro. L’apprendimento diventa fattore permanente perché siamo entrati nell’epoca del continuo e rapido cambiamento, quindi dell’apprendere e riapprendere continuamente. La seconda rottura avviene nelle aziende: la formazione come momento separato dal lavoro, che prevede due-tre giorni di corsi durante l’anno e qualche webinar. Invece l’apprendimento è ormai integrato nella quotidianità, non c’è più separazione tra momento del lavoro e momento della formazione. Siamo di fronte a una rivoluzione che richiede una serie di competenze nuove in quella che abbiamo definito “infosfera”, ovvero un contesto ibrido, fisico e digitale. Un contesto nuovo che presenta opportunità di apprendimento come mai nella storia, di saperi che sono tutti contestualmente presenti. Siamo di fronte al self-direct learning cioè la possibilità di apprendere anche da soli».

Nel suo libro si parla anche di competenze trasversali…

«Le nuove modalità di apprendimento richiedono nuove competenze di base, un nuovo saper leggere e scrivere, un nuovo alfabeto: la competenza digitale, prima di tutto, che però è una competenza di base; tra quelle evolute c’è l’apprendimento non più in termini solo disciplinari, di contenuto, ma anche di connessioni, di abilità di sintesi, di visione d’insieme, interdisciplinarità, capacità di armonizzare il sapere tecnico e il sapere umanistico. La storia dell’apprendimento nell’era industriale si basa sulla separazione dei saperi, è dominata dal taylorismo, sulla separazione delle discipline per rendere tutto più efficiente. Questo ha chiaramente funzionato, ma a discapito spesso del pensiero critico, della interdisciplinarità che rende più potente la disciplina, come sostiene Edgar Morin. La separazione dei saperi è un fattore che porta grande criticità nell’acquisizione di conoscenza perché fa venir meno la capacità di cogliere le mutue relazioni, le influenze reciproche tra le parti in un mondo complesso. Prima dell’epoca industriale – nel Rinascimento, ma anche in età classica – le discipline erano studiate insieme. I grandi personaggi erano tutti interdisciplinari, pensiamo al più famoso di tutti, Leonardo. Ecco siamo nell’epoca di un nuovo Rinascimento, in cui l’interdisciplinarità rende più potente anche la singola disciplina».

La Dad in Italia è stata vissuta come una menomazione, ma può aver contribuito ad attivare dei processi?

«Ha chiaramente accelerato processi che erano in atto da moltissimi anni, anche se stiamo assistendo adesso a un manifesto – in parte legittimo per chi non ha ancora colto il nuovo scenario dell’apprendimento – del “ritorniamo a com’era prima”. Ci sono firme di intellettuali che sostengono questo concetto, come se nulla cambiasse nel mondo. Ecco, la Dad è solo una piccolissima parte delle nuove forme di apprendimento. Chiaramente per chi non era preparato, sia insegnanti che studenti, è stata vissuta con difficoltà, perché l’apprendimento in modalità digitale richiede nuove competenze e l’improvvisazione ne ha fatto emergere i lati negativi, perché si è semplicemente spostata sulla Dad la stessa modalità di insegnare in aula. Ma non puoi tenere i ragazzi 4 ore davanti a un computer senza avere abilità di interazione. Facciamo un esempio: nelle academy aziendali, quando si opera l’evoluzione formativa di un docente che è abituato a stare in aula e che deve apprendere nuove modalità di gestire la formazione in modalità mista, blended learning, il tempo di apprendimento medio è di 150 ore. Questo tempo gli insegnanti non l’hanno avuto, non hanno fatto formazione.

Nonostante la percezione negativa, però, la spinta del contesto è talmente forte ormai che la rivoluzione è comunque in atto. Consideriamo questo: gli iscritti nel mondo alle università online gratuite, le Moocs cioè Massive Open Online Courses, sono circa 200 milioni, ormai pari alla somma di tutti gli iscritti delle università tradizionali. Noi prevediamo che nel 2023-2025 le adesioni a queste università, che non sempre rilasciano un titolo formale ma offrono un apprendimento continuo, saranno superiori a quelle delle università tradizionali. Quindi le nostre università che fine faranno nel 2040? Esisteranno ancora così come sono? Nelle aziende – soprattutto nel settore finanziario – già prima del lockdown la dimensione dell’apprendimento virtuale era già superiore rispetto alla formazione in presenza, con punte tra il 50 e l’80%. Il processo era già in atto, adesso chiaramente si è accelerato, ma attenzione: in buona parte delle scuole, così come delle aziende, la dimensione digitale è stata identificata con il webinar. Il webinar è la forma più antica e più semplice della formazione digitale, io la chiamo “rudimentale”. Il mondo virtuale dell’apprendimento, invece, si sta declinando in una molteplicità di canali, mezzi e forme: sicuramente l’autoapprendimento in modalità e-learning, ma negli ultimi 2-3 anni – in alcuni paesi del mondo come Cina e Corea – è prevalente l’apprendimento tramite app e smartphone, quello che si chiama micro-learning: apprendo da piccole unità quando mi servono, dove mi servono, in qualunque momento. La formazione tecnica professionale si avvale di realtà virtuale e aumentata da diversi anni, i nuovi curriculum vengono certificati in block chain per evitare falsificazioni, ma ci sono dei luoghi dove anche gli apprendimenti informali – ovvero l’aver acquisito soft skills grazie all’apprendimento informale, come “sono stato a teatro, ho fatto sport” – vengono anche codificati attraverso gli open badge. Faccio riferimento a un best seller mondiale di Harari “Sapiens”: per 60 mila anni il Sapiens è stato un raccoglitore-cacciatore di sopravvivenza. Oggi abbiamo nuovi raccoglitori-cacciatori della conoscenza: ognuno ha il suo percorso, i suoi gusti di raccolta, perché le opportunità sono infinite. Siamo di fronte a una rivoluzione antropologica che sarà più grande di quella dell’introduzione della stampa».

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