Bonus smart working, è il datore che decide

Tra gli emendamenti approvati relativi al Decreto sostegni c’è la proroga a tutto il 2021 dell’aumento destinato al bonus smart working, strumento che consente ai datori di lavoro di cedere ai propri dipendenti un importo di 516,46 euro da spendere in beni e servizi per il work from home. Ma attenzione: contrariamente a quanto inteso inizialmente da molti, il bonus non è rivolto ai dipendenti ma ai datori di lavoro, ai quali spetta decidere se erogare il bonus e sostenere l’onere.

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Sedie ergonomiche, scrivanie intelligenti, illuminazione salutare che non stanchi la vista: con l’esplosione dello smart working e del telelavoro, abbiamo imparato quanto sia fondamentale avere in casa una postazione di lavoro che coniughi comfort ed efficienza. Perché il modo in cui lavoriamo e stiamo al computer impatta anche su risultati e benessere.

Un piccolo aiuto arriva dalla proroga fino al 31 dicembre 2021 del bonus smart working, che il governo ha inserito nel Decreto sostegni. Serve a favorire l’acquisto di beni, servizi e arredi destinati a migliorare le condizioni di lavoro da remoto.

Il bonus smart working spetta ai titolari di redditi da lavoro dipendente e redditi assimilati. In particolare spetta a coloro che hanno rapporti aventi per oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri.

Il bonus smart è un fringe benefit a tutti gli effetti, cioè forma di retribuzione non corrisposta in denaro ma alternativa al reddito. Quindi è esentasse per i dipendenti e deducibile per le aziende. Come nel 2020, il tetto massimo è stato raddoppiato a 516 euro, rispetto ai 253,23 euro previsti dalla normativa precedente alla pandemia per i fringe benefit. Vuol dire che il datore di lavoro – che è libero di scegliere il modo con cui erogare il beneficio, a patto che sia un bene o un servizio e non denaro – potrà provvedere autonomamente all’acquisto consegnandolo poi ai dipendenti e deducendo le spese sostenute, oppure può distribuire voucher attraverso piattaforme di welfare specifiche.

È infatti il datore di lavoro a decidere se attivare o no il beneficio previsto dal governo: i dipendenti non hanno alcuna possibilità di scelta.

L’utilizzo del bonus per lo smart working aveva inizialmente generato un po’ di confusione, lasciando credere che fosse destinato ai dipendenti che con la pandemia si sono ritrovati in fretta e furia a dover lavorare da casa. Ma così non è: la legge stabilisce infatti che nel caso di personale in telelavoro, in cui un dipendente è vincolato a lavorare in uno specifico luogo e con orari fissi, spetti all’azienda garantire l’ergonomia e salubrità del posto di lavoro. È quindi il datore di lavoro, ad esempio, che deve assicurarsi che il personale disponga di una postazione progettata in modo da evitare sia i rischi di natura biomeccanica per il sistema muscoloscheletrico, sia i rischi per la vista.

Queste tutele non sono previste per lo smart working, i cui compiti dovrebbero poter essere svolti senza precisi vincoli di luogo e orario. In questo caso non spetta all’azienda farsi carico dell’ergonomia della postazione.

Da quando è scoppiata la pandemia migliaia di lavoratori si sono trovati a svolgere la propria attività da casa senza una regolamentazione codificata delle nuove forme di lavoro, che ad oggi si attestano su situazioni ibride. Dunque, anche la responsabilità della salubrità delle postazioni resta per ora, in linea teorica, un problema dei dipendenti. Oggi peró i datori di lavori hanno uno strumento in più per sostenerli, con la possibilità di erogare benefit – il cui importo deducibile è raddoppiato per tutto il 2021 – per adeguare le work station.

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