Centri per l’impiego, l’inizio della fine?

I centri per l’impiego, che dovrebbero giocare un ruolo fondamentale nel processo di collocazione, specialmente in era post Covid, sono in ritardo su tutta la linea. Secondo il monitoraggio del ministero del Lavoro di luglio, dal 2019 è stato assunto nei centri solo l’8% degli 11.600 addetti previsti per rafforzare il sistema. Ora, con i 5 miliardi previsti dal Recovery plan per accompagnare alla formazione e al lavoro 3 milioni di persone entro il 2025, i tempi si fanno ancora più stringenti e l’esecutivo potrebbe mettere in campo le agenzie private.

Mentre in Italia quasi un milione e mezzo di nuclei familiari hanno percepito il reddito di cittadinanza da gennaio a luglio 2019, 750 mila percettori non hanno ancora sottoscritto i patti per i lavoro e iniziato a cercare un impiego. Com’è noto, il contrasto alla povertà doveva viaggiare su due binari: da un lato l’introduzione del nuovo strumento di welfare, dall’altro una riforma delle politiche attive del lavoro, che avvalendosi dei centri per l’impiego – in seguito a nuove assunzioni – permettesse una ricerca attiva per i beneficiari del reddito. Ma qui siamo ancora su un binario morto. E l’ipotesi di mettere in panchina i centri per l’impiego – a corto di personale, ancora indietro con le assunzioni previste e incapaci di trovare lavoro agli utenti – sta prendendo sempre più corpo nell’esecutivo. Non solo. Tutte le offerte di lavoro ai beneficiari saranno anche tracciate, a differenza di come avviene adesso, e così chi si rifiuterà di lavorare non potrà farla franca: dopo tre rifiuti si perde il diritto al sussidio.

Le Regioni si sono mosse in ritardo con le assunzioni finanziate dal decreto sul reddito, né sono serviti i quasi 3 mila navigator. Le norme Covid, la burocrazia per aprire nuove sedi, la riforma Brunetta per i concorsi: le Regioni giustificano così la lentezza nell’assunzione di 11.600 addetti nei 552 centri per l’impiego italiani, da affiancare agli 8 mila esistenti. Il monitoraggio del ministero del Lavoro di luglio, ma relativo al 31 marzo, dice che dal 2019 solo l’8% è stato assunto: 949, con dieci Regioni a zero. Ma negli ultimi mesi i governatori hanno accelerato. E bisogna far presto perché i 5 miliardi per accompagnare alla formazione e al lavoro 3 milioni di persone entro il 2025 arrivano dal Recovery e raggiungere gli obiettivi nei tempi comunicati a Bruxelles è essenziale per incassare i fondi.

La Campania, prima Regione in classifica con 1.840 assunzioni da fare entro l’anno, è a zero, così come la Sicilia – 64 centri e 1.800 dipendenti – che dovrebbe assumerne 1.246, e la Puglia.

Intanto le forze politiche, nel centrodestra come nel centrosinistra con Italia Viva, affilano le armi per modificare la norma o addirittura abolirla. Una cosa è certa: il restyling del Rdc è all’ordine del giorno del governo Draghi, che a una soluzione sta già lavorando. L’ipotesi è che entrino in campo le agenzie di recruiting private E a una soluzione per riformare il Reddito di cittadinanza il governo starebbe già lavorando. L’esecutivo, scrive Il Messaggero, si appresta a far entrare in campo le agenzie di reclutamento private.

Entro fine mese sono attese le proposte del comitato scientifico per la valutazione del Rdc, presieduto da Chiara Saraceno. Le soluzioni delineate forniranno un punto di partenza, ma sarà il confronto tra le forze politiche a disegnare il nuovo volto della misura, che sicuramente, negli obiettivi di Draghi, dovrà essere rafforzata nella parte che riguarda le politiche attive per la ricerca di lavoro, sulla quale i centri per l’impiego annaspano.

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