Congedi parentali, nove donne su dieci bocciano il modello italiano

Un sondaggio realizzato da Viking Italia evidenzia come più del sostegno economico sia importante una migliore conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di gestione dei figli

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Nove donne su dieci sono convinte che i congedi parentali in Italia non rispondano alle esigenze reali e siano i peggiori d’Europa. Questa la considerazione che emerge dal sondaggio realizzato da Viking Italia, azienda europea di prodotti e servizi per il lavoro, che ha intervistato un campione di mille donne tra i 25 e i 45 anni. E, sebbene l’emergenza Covid-19 abbia accentuato i disagi, a emergere è stata una riflessione generale sulla conciliazione lavoro e maternità: più del 53% delle donne intervistate, infatti, rinuncerebbe a un 10% dello stipendio per ottenere condizioni lavorative migliori, necessarie alla gestione della famiglia. Preoccupante un altro dato: il 29% ha dichiarato di aver rimandato il proprio progetto di maternità a causa delle policy previste dalla propria azienda o semplicemente per la percezione che tale scelta avrebbe potuto danneggiare la carriera; il 16%, addirittura, afferma di non aver avuto un figlio per paura di perdere il posto di lavoro.

Il sondaggio approfondisce anche cosa accade alle donne che hanno scelto comunque di fare un figlio: il 17% dichiara di avere avuto problemi di carriera e il 6% è stata licenziata.

A fronte di questi risultati, Viking ha chiesto un commento a Paola Setti, autrice di Non è un paese per mamme: “La fotografia è impietosa. I dati dicono che siamo un paese di mammoni, che però non ama le mamme: le donne che decidono di fare figli dovrebbero venire premiate e sostenute per aver fatto un regalo non solo a se stesse e alle proprie famiglie, ma alla società intera – commenta Setti –  Con l’aggravante che le donne per prime chiedono scusa per il disturbo: lungi dall’essere consce che il sostegno alla conciliazione è un diritto sancito dalla Costituzione, sarebbero disposte a rinunciare a un aumento di stipendio pur di ottenere condizioni migliori. Fare un figlio è ormai una mera questione di bilancio tra costi e fatiche e la natalità è ferma a un preoccupante 1,3, contro un desiderio di due figli per donna”.

L’emergenza Coronavirus si è inserita in un contesto già difficile e sofferto, e ha interrotto l’iter della riforma sul congedo parentale che prevedeva un assegno tra i 100 e i 250 euro al mese, a seconda del reddito. Ad oggi il congedo spetta ai genitori naturali entro i 12 anni di vita dei figli e comprende un periodo che non deve superare i 10 mesi tra i due genitori. Covid-19 e il conseguente Decreto cura Italia hanno istituito un congedo aggiuntivo, che può essere utilizzato dai genitori che hanno esaurito quello ordinario.

Le donne intervistate da Viking hanno riferito – per il 75% – di essere favorevoli a un congedo più lungo di quello attuale e solo una su dieci si ritiene soddisfatta dall’attuale modello italiano. Tra quelli proposti, il modello norvegese – che prevede 42 settimane di congedo retribuito per la madre e fino a 10 per il padre – colpisce favorevolmente il 65% delle donne. Il fatto poi che il 53% preferisca migliori condizioni di conciliazione lavoro-figli, e sia pronta a rinunciare al 10% della retribuzione, evidenzia che non è necessario solo un sostegno economico, ma un aiuto nella gestione familiare.

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