Crescita, competenze, digital transformation: le sfide di Webuild

Nei prossimi anni ci sarà una profonda trasformazione del comparto della costruzione delle grandi opere infrastrutturali e una grande necessità di addetti qualificati. Gianluca Grondona, Chief HR, Organization & Systems Officer del gruppo Webuild, attivo in tutto il mondo con una forza lavoro di circa 80.000 persone per oltre 100 nazionalità, ci racconta i progetti per attrarre e qualificare il personale.

Gianluca Grondona

La scuola dei mestieri, l’iniziativa di formazione di Webuild, è lo spunto per una riflessione sulla profonda trasformazione che sta avendo e che avrà un settore tradizionale, quello delle costruzioni di grandi opere infrastrutturali. La spinta al cambiamento arriva dalla digital transformation e dal Pnrr, che disegnerà l’Italia dei prossimi decenni. Gianluca Grondona, Chief HR, Organization & Systems Officer tratteggia le principali sfide che Webuild e l’intero comparto si troveranno ad affrontare.

Cominciamo dal progetto La scuola dei mestieri. Su quali basi nasce, che esigenze avete rilevato?

«Il punto di partenza è che si prevede – e tutti ci auguriamo che sia così – una grossa crescita nel settore delle infrastrutture complesse: parliamo di autostrade, metropolitane, porti, ferrovie, ecc. Opere che daranno sostenibilità, competitività e occupazione al nostro paese. In questo ambito, grazie al Pnrr, ci sarà un picco nei prossimi 3-5 anni. Noi di Webuild ne abbiamo già diversi da realizzare…».

Come si collega lo scenario di crescita con La scuola dei mestieri?

«Le stime ci dicono che in Italia serviranno oltre 100 mila addetti per la realizzazione delle opere: circa 30/40 mila sono già presenti su questa fascia di mercato del lavoro, altri 60/70 mila sono completamente da formare. Il grande fabbisogno di personale, da attrarre da altri comparti o dall’estero, è una novità per il nostro settore: veniamo da anni di difficoltà, di pochi investimenti sulle persone e sul ricambio generazionale, e di consolidamento… noi ad esempio abbiamo aggregato campioni nazionali del settore. Oggi siamo di fronte a due grandi tendenze».

Quali sono?

«La prima è il bisogno di figure tradizionali, penso allo scavo, all’amministrazione, agli acquisti, alla qualità e a tutte quelle competenze che rendono possibile la realizzazione di progetti complessi. L’altra è il bisogno di figure innovative…».

Quali innovazioni in un settore tradizionale?

«Il settore delle costruzioni è stato uno dei meno innovativi degli ultimi 50 anni, ma sarà il secondo comparto più impattato dalle nuove tecnologie, con opportunità di technology transfer molto importanti. Nei prossimi 5 anni ci saranno almeno 24 tecnologie disruptive che cambieranno metodi, processi, sicurezza, tutela dell’ambiente, ecc. Il trasferimento tecnologico cambierà completamente il volto del settore. Siamo alla tempesta perfetta: servono sia figure tradizionali che innovative e c’è scarsa offerta. In questo scenario abbiamo deciso di non stare fermi, ma di agire. Ho dato i numeri complessivi del settore, ma noi ne rappresentiamo una quota importante: come Webuild pensiamo di avere un fabbisogno tra i 20 e 30 mila addetti nei prossimi tre anni… Naturalmente se tutti i programmi saranno rispettati e noi lo auspichiamo, perché davvero il Pnrr può cambiare in meglio il volto al Paese».

Quali sono i progetti che avete messo in campo?

«Abbiamo lanciato una Managerial Academy, che ha già coinvolto 150 manager di tutto il mondo, e creato un business game per simulare come vogliamo gestire le grandi opere, così da creare un modello condiviso tra i dirigenti delle tante aziende che sono entrate a far parte del nostro gruppo. L’Academy lavora sia sulle competenze hard che su quelle soft come la leadership, perché vogliamo formare oggi i leader del futuro. Accanto a questo abbiamo creato La Scuola dei mestieri, all’interno di un programma dedicato ai giovani chiamato Webuild Next Generation, che prevede anche accordi con università di tutto il mondo e progetti di ricerca sulle innovazioni e trasformazioni del settore. La Scuola dei mestieri, che coinvolgerà 9 mila persone, è rivolta principalmente alla formazione di figure tradizionali. Chiariamo che si tratta di posizioni ambite e anche ben retribuite». 

Di che cifre parliamo?

«Detto che ai nostri addetti forniamo vitto e alloggio, parliamo di un netto di 1.400 euro mese per un neo assunto, di oltre 2.000 euro al mese per una figura qualificata, per arrivare anche a cifre maggiori».

Quali le modalità e gli ambiti di intervento della Scuola dei mestieri?

«Ci sarà un grande utilizzo delle tecnologie formative per rendere rapido e snello il processo, che prevede anche passaggio di know how dagli esperti ai giovani. Abbiamo creato diversi format per la formazione, in base al tipo di attività operativa interessata. La costante è la grande attenzione ai temi della safety e della sicurezza. Coinvolgeremo complessivamente 9 mila persone, anche se i numeri possono variare. La magnitudo, tra reskilling e nuova formazione, comunque è quella».

Troverete i candidati? Quali sono i vostri fattori di attrazione e le carte che una realtà che opera in un settore tradizionale può giocarsi?

«Confrontandomi con colleghi di vari Paesi, abbiamo tutti chiaro che siamo in una situazione in cui la domanda di lavoro è molto più alta dell’offerta… la “battaglia per l’attrazione delle persone” sarà il nostro principale impegno nei prossimi anni. Per quanto ci riguarda abbiamo un brand globale, facciamo più di 7 miliardi di fatturato con circa 80 mila persone nel mondo,  attività in decine di Paesi di tutti i continenti, professionalità di alto livello, retribuzioni interessanti, pacchetti di welfare… siamo un’azienda in cui si può crescere e imparare tantissimo, con esperti di fama mondiale nelle diverse specializzazioni. Poi vedo, soprattutto tra studenti delle Università, anche un ritrovato entusiasmo  per i lavori del fare: stiamo parlando di progetti e attività che disegneranno l’Italia sostenibile dei prossimi decenni, con impatti concreti sulla vita delle persone. Inoltre, non dimentichiamolo, sarà un comparto che avrà una fortissima innovazione tecnologica, che cambierà completamente il modo di lavorare».

Il sistema formativo italiano è in grado di dare risposte a esigenze come le vostre?

«La risposta, ad oggi, è no. La situazione è quella che ho rappresentato finora. Probabilmente anche perché negli ultimi anni ci sono state difficoltà di business nel settore. Però ne stiamo parlando con le istituzioni, le università, le scuole edili per fare progetti nuovi. C’è grande voglia di cambiare, ci sono eccellenze negli Its e nelle scuole edili, ci sono le associazioni di categoria che vogliono investire molto sulla formazione, le università sono sempre più aperte alle imprese, c’è un gran fermento e tanta voglia di arrivare a una situazione adeguata,  che oggi ancora non c’è».

Quali sono le principali sfide che dovrete affrontare nei prossimi anni nel vostro settore?

«Sostenere questa crescita di domanda di infrastrutture sostenibili in Italia ma anche nel mondo, andando a soddisfare i fabbisogni quali-quantitativi di personale con numeri molto importanti. Eseguire il processo di change management che il technology transfer porterà nel settore. Ogni nuova tecnologia rimane sterile se non è sostenuta dalle persone e dalle loro capacità».

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