«Dobbiamo allenare la capacità di rimanere in equilibrio instabile e lavorare tutti sul self management»

Così Giada Tonelli, Senior Consultant e Responsabile Business Development di Performant by SCOA, riflette su come dovrà evolversi il nuovo modo di lavorare dopo la pandemia.

giada tonelli

«Gli ultimi due anni sono stati complessi ma abbiamo anche imparato molto sotto il profilo umano e lavorativo». Ne è convinta Giada Tonelli, Senior Consultant e Responsabile Business Development in Performant by SCOA che, come business coach, fa il punto sulle diverse fasi che hanno caratterizzato il biennio.

Cosa l’ha colpita maggiormente di questo periodo?

«Nella prima fase certamente una grande capacità di reazione e di compattamento: siamo stati in grado di ripensare e riorganizzare velocemente il lavoro, tutelando le persone e sostenendole. Non avevamo modelli di riferimento a nessun livello, quello di leader aziendali o di dipendenti: tutti abbiamo dovuto rimetterci in gioco in un contesto in cui le incertezze erano tante sia sul piano personale che professionale. Sono stati richiesti interventi per accompagnare il ruolo dei manager, che andava ripensato, adattandolo ad una situazione molto diversa, sia personale che sul fronte delle strategie. Ad un certo punto, poi, si è dovuto anche intervenire sui tempi, ricalibrando le energie, perché ci si è accorti che non si staccava mai; per questo motivo, poi, ad una fase molto reattiva, è seguita quella di grande affaticamento e confusione. Ci siamo resi conto che quello che si stava facendo non aveva nulla a che vedere con lo smart working: era un remote working, da casa propria, dove la vita professionale si sovrapponeva a quella personale».

Mancava la divisione tra le due sfere: come si possono mettere dei limiti?

«Oggi ci troviamo in una fase ibrida e neanche questa è semplice da gestire. Ogni singola persona deve capire come svolgere le proprie attività in modo funzionale dall’ufficio e da casa. Stiamo vivendo, insomma, una grande palestra che ha messo a nudo fragilità ma anche competenze, e ci ha obbligato a capire che la vera sfida è divenire consapevoli di essere persone a tutto tondo, che si può fare fatica e avere paura».

Qual è la chiave per restare in equilibrio?

«Allenare la capacità di rimanere in equilibrio instabile, perché non esistono più soluzioni scritte sulla pietra. A prescindere dal ruolo che abbiamo in un’organizzazione, tutti dobbiamo gestire il self management, come gruppo e come azienda: è necessario lavorare su di sé, capire il senso di ciò che si fa, calibrare le energie ed essere resilienti.  È una sfida, perché tutto il sistema azienda deve cambiare, dalla leadership fino all’operatività: ognuno deve essere leader di se stesso».

Crede che in generale ci sia ancora chi pensa di tornare al “vecchio” modello?

«Qualcuno forse sì, ma dipende molto anche dal tipo di mercato e dall’attività. Forse la verità sta nel lasciarsi contaminare. Dobbiamo riuscire a capire che qualcosa è accaduto e ci ha messo davanti alla nostra impotenza. Dobbiamo trasformare ciò che è successo in un apprendimento, di noi stessi e delle modalità di lavoro nuovo, cercando di dare un senso positivo a qualcosa di drammatico. Il ripensamento deve essere fatto essenzialmente sul modo in cui lavoriamo: quello deve essere il focus, sempre cercando di mantenere un bilanciamento positivo tra produttività ed engagement. Questo è l’altro elemento critico da tenere in considerazione».

C’è chi ritiene che in call le riunioni siano più efficaci e chi pensa che la presenza, invece, faccia la differenza: qual è il suo punto di vista?  

«Siamo ancora nel mezzo del percorso. È evidente che la riunione assume un significato diverso se ci si vede e si dà spazio anche a tutto il linguaggio non verbale. Per ciò che riguarda le riunioni on line, c’è ancora un lavoro da fare rispetto alle scelte di chi invitare, ma credo che si debbano trovare anche spazi per il chatting libero. Dovremo diventare più abili nel differenziare le riunioni operative da quelle in cui si devono prendere decisioni. Siamo in una fase di transizione in cui emerge con forza l’importanza del lavoro di team. Nella distanza ci si è in qualche modo avvicinati e siamo chiamati a dare spazio alle emozioni, anche se si è manager».

 

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