Dress Code lavoro: vestiti per l’azienda del domani

Dress Code lavoro: l’apparenza inganna? Ma anche No: In meno di sei secondi ci facciamo un’idea della persona che ci sta di fronte per la prima volta

dress code

Quell’iniziale impressione è destinata a condizionare il giudizio e quindi la relazione e solo una conoscenza più approfondita potrà poi aggiungere o sottrarre, confermare o smentire quell’idea: il primo comandamento per il nostro cervello più antico è sopravvivere, quindi la questione e tutt’altro che superficiale.

Che ci piaccia o no,quindi, in prima battuta, l’abito fa il monaco e gli stessi selezionatori ammettono che parte del successo di un colloquio di lavoro dipende anche da come il candidato si è presentato, da quale abbigliamento ha scelto di indossare, dalle scarpe, dal trucco.
“A provare che è nella selezione che si può verificare quanto sia fondamentale scegliere l’abbigliamento adatto in ufficio ci sono i risultati di un sondaggio condotto dal sito britannico specializzato in recruiting online TheLadders: l’indagine ha rilevato che il 76% dei top manager, durante la propria carriera, ha scartato alcuni candidati perché riteneva che il loro look fosse improprio rispetto alle mansioni da svolgere e il 37% lo ha fatto di recente.” da Yahoo Finanza.

 

Dress Code lavoro: ecco i pareri

Il tema del Dress Code nei luoghi di lavoro vede contrapporsi differenti pareri, che implicano questioni quali la libertà personale e il rapporto tra trasparenza e sostanza; viene preso molto sul serio dalle aziende, dove spesso vige un codice non scritto, la cui trasgressione può comportare conseguenze “spiacevoli”.

UBS, in svizzera, ha deciso di mettere nero su bianco il proprio codice di condotta e di abbigliamento che verrà testato su un campione di filiali sui dipendenti che hanno rapporti con la clientela. Si tratta di ben 44 disposizioni relative all’abbigliamento e alla cura personale, compresa l’igiene, che vanno dal calzino nero lungo al colore delle unghie, all’intensità del profumo, al colore della lingerie.

In Germania si è addirittura espressa parzialmente a favore del codice di abbigliamento la corte del lavoro nel Nord Reno-Westfalia a seguito di quella che è stata definita la “guerra del reggiseno”: una società di sicurezza aeroportuale è stata accusata dai propri dipendenti di essere limitante della libertà personale avendo imposto il dress code anche sulla lingerie.

Sebbene possa sembrare eccessivo gli studi dimostrano che elementi come la lunghezza ed il colore delle unghie o i centimetri di gonna sotto o sopra il ginocchio influenzano il giudizio sulle competenze delle persone.
Lo stesso si dica per il trucco che sembrerebbe favorire la carriera e le remunerazione delle donne che ne fanno uso. Il New York Times cita in proposito uno studio che confermerebbe inoltre che il trucco avrebbe una sorta di effetto placebo sulle donne che lo indossano, favorendo la fiducia in se stesse e quindi uno standing favorevole alla loro affermazione.

The Atlantic ha addirittura scomodato Hilary Clinton per avere un giudizio in merito al fatto che le donne siano in qualche modo obbligate ad investire ogni giorno una cospicua quantità di tempo per il trucco, e quindi di danaro per non parlare del danaro circa 14000 euro nell’arco della vita lavorativa di una donna. La Clinton, con un pragmatismo tutto statunitense, ha affermato che è un pratica di cui non si può fare a meno, lasciando un po’ delusi coloro che speravano in una risposta liberatoria e controcorrente.

Preso quindi atto che l’apparenza conta quale è allora la regola aurea per muoversi con disinvoltura e in maniera appropriata all’interno dei luoghi di lavoro ?
Sobrietà è la parola d’ordine e, se l’ obiettivo è fare carriera, sarà opportuno vestirsi con lo stile della posizione cui aspiriamo: la self-fulfilling prophecy di mertoniana memoria continua ad essere valida.

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