Gender pay gap, perché le donne guadagnano meno?

Un studio analizza le ragioni della differenza retributiva, superando vecchie convinzioni (women don’t ask) e proponendo nuovi paradigmi di interpretazione del fenomeno (women don’t get). In Italia cresce il divario tra uomo e donna, non solo per le retribuzioni

gender gap pay perché le donne guadagnano meno

A parità di mansioni lavorative e qualifiche le donne guadagnano meno degli uomini.

È il gender pay gap, un “fattore” che pesa tra il 10 e il 20% della retribuzione, noto da anni e al centro di campagne nazionali e internazionali per la parità salariale a parità di mansioni. Se il gender gap è un fatto, purtroppo, noto nel mondo del lavoro, meno lo sono le sue cause.

Perchè le donne vengono pagate meno?

La lettura che andava per la maggiore era quella di una minore propensione delle donne a negoziare lo stipendio con il proprio datore di lavoro (women don’t ask). Ma non è così, almeno secondo uno studio che ha coinvolto 4.600 donne impiegate in 800 aziende, di recente ripreso in un lungo articolo dalla Harvard Business Review.

Il succo è questo: le donne hanno la stessa propensione alla negoziazione degli uomini, chiedono aumenti di salario tante volte quanto lo fanno i loro colleghi maschi. Solo a che loro l’aumento viene concesso meno che agli uomini: vengono accolte il 15% delle richieste femminili e il 20% di quelle maschili, una differenza che incide molto nell’arco di una carriera lavorativa.

Cambia il paradigma: non più “le donne non chiedono”, ma “le donne non ottengono” (women don’t get). È stato proprio questo il focus della ricerca pubblicata integralmente su Industrial Relation.

Se questo studio pone l’accento sull’aspetto qualitativo del gender pay, altri analizzano il dato quantitativo, non riferito solo alle differenze salariali. In Italia, secondo l’analisi contenuta nel Global Gender Gap del World Economic Forum, il divario uomo donna si è allargato enormemente nel 2017: il Belpaese è sceso all’82° posto perdendo 32 posizioni su un totale di 144 Paesi presi in esame (Islanda, Norvegia e Finlandia ai primi tre posti). Nel 2015 era al 41° posto e nel 2016 al 50°. Il report del Wef ha analizzato diversi ambiti, che vanno dall’educazione alla salute, dal lavoro all’aspettativa di vita fino all’acquisizione di potere in politica.

In Italia l’analisi più completa sul gender pay gap è stata curata dall’Istat su dati relativi al 2014. Il divario retributivo nel pubblico impiego è minimo, più alto e in linea con gli altri Paesi Europei nel settore privato.  E cresce al crescere del livello di istruzione.

Scrive l’Istat: “all’aumentare del livello di istruzione cresce la retribuzione oraria per uomini e donne, ma cresce anche lo svantaggio retributivo per le donne. Per le posizioni con la laurea e oltre, la retribuzione oraria delle donne è di 16,1 euro contro 23,2 euro degli uomini; il differenziale è quindi pari a -30,6%”.

In diversi Paesi vige per legge il divieto di discriminazione salariale per genere.
In Italia è in vigore il cosiddetto
Codice delle Pari Opportunità (approvato nel 2006, integrato nel 2017), ma senza un sistema di welfare adeguato, servizi per la genitorialità e una effettiva parità nella gestione dei carichi familiari, il pay gap è destinato a non estinguersi.

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