Lavoro e coronavirus: non chiamatelo smart working

Nella fase di emergenza, lavoro agile è diventato un “titolo” che raggruppa tutto quello che si sta facendo per contenere la diffusione del contagio, ma non si sta applicando un nuovo modello organizzativo. Cosa succede? Come cambierà il lavoro? Come affrontare l’emergenza? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Rotondi, founding partner dello studio Lablaw.

francesco-rotondi

Sotto il “titolo” Smart working c’è tutto quello che hr manager, imprese e lavoratori stanno facendo per affrontare l’emergenza coronavirus. Ma lo smart working è un modello organizzativo che non si improvvisa dalla sera alla mattina, non è una semplice modalità di esecuzione della prestazione. Quello che sta accadendo, soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro, interroga giuslavoristi e fa riflettere chi si occupa di risorse umane: qualcosa di nuovo verrà, ma è ancora presto per dire cosa. Temi che abbiamo affrontato con l’avvocato Francesco Rotondi, founding partner dello studio Lablaw di Milano.

Smart working ai tempi del coronavirus, un fenomeno inatteso solo pochi giorni fa.

Mi lasci dire che trovo improprio parlare di smart working. Mi spiego: siamo in una situazione di emergenza, il Paese sta adottando provvedimenti per contenere l’epidemia e il mondo del lavoro è fortemente interessato. Oggi sotto il titolo di smart working ci sono tutti quei provvedimenti presi per fare in modo che ci siano meno contatti tra le persone in luoghi chiusi. La prestazione, almeno tutte quelle per cui è possibile, viene svolta da remoto ma lo smart working non è il vecchio telelavoro, è innanzitutto un modello organizzativo che supera il vincolo del luogo e del tempo in cui si esegue la prestazione. Oggi ci misuriamo con un concetto diverso, cioè chi effettua prestazione non essenziali, è meglio che stia a casa per contenere il virus. Se poi, stando a casa, riesce anche a svolgere attività lavorative, ben vengano.

Un concetto che ribalta tutta la narrazione di questi giorni…

Una provocazione, sicuramente, ma i fatti sono questi. Se è vero – come è vero – che in due tre giorni siamo passati dal lavorare tutti (o quasi) in un luogo di lavoro, al lavorare tutti (o quasi) a casa, c’è qualcosa che non funziona. O era sbagliato il modello precedente o quello che si sta attuando non è smart working.

Però qualcosa sta succedendo?

Certo, è in corso una revisione del modello organizzativo ma non è smart working e non potrebbe nemmeno esserlo, visto che non ci si può muovere liberamente. Naturalmente ben vengano tutte le innovazioni che andranno nella direzione di un ampliamento del lavoro agile, che non possiamo misurare oggi. Sinceramente quello che sta accadendo non mi pare un grande spot per lo smart working: sotto il titolo non c’è contenuto e rischia di passare il messaggio fuorviante che si possa fare tutto in modalità smart. Oggi assistiamo a una importante manifestazione di intenti ma non ancora ad una rivisitazione dei modelli organizzativi.

Ma in questa fase di emergenza e caos, cosa si intravede? Ci sono cose da evitare? Errori da non fare?

Non vedo sperimentazioni in corso, per cui non mi azzarderei a dare giudizi positivi o negativi. Quello che di positivo e interessante stiamo osservando è il lavoro della funzione HR e delle funzioni organizzative per immaginare un dopo coronavirus. Se fino a ieri la revisione del modello organizzativo era un qualcosa di opportuno o consigliabile, oggi è diventata il tema centrale sul tavolo delle imprese.

Ne verrà fuori qualcosa di nuovo…

Sicuramente, come accade sempre in situazioni del genere, che stimolano quelle menti che tendono a immaginare un futuro diverso. Gli input già c’erano prima, anche se non c’era ancora quel nuovo compiuto, visto che abbiamo assistito anche a marce indietro sullo smart working, perché impattava negativamente sull’identità aziendale e riduceva il confronto tra colleghi che è ossigeno per la mente. Oggi il tema della revisione organizzativa è prioritario, ma non siamo ancora in grado di dire con certezza quale sarà il nuovo modello.

Cosa prevede?

Siamo nella fase dell’analisi organizzativa. Prevedo un ritorno al modello precedente nella fase di conclusione dell’emergenza ma, nel giro di poco tempo, immagino che tutte le organizzazioni in grado di passare a un nuovo modello organizzativo, lo faranno.

Che impatto c’è stato sul vostro lavoro da questa situazione di emergenza?

Un impatto importante, visto che un grande riflesso dell’emergenza coronavirus c’è stato proprio sul lavoro, sia per evitare la diffusione dei contagi, sia per garantire sostentamento alle famiglie e la tenuta del sistema economico-finanziario. Noi abbiamo approntato, e via via aggiornato, un prontuario per il datore di lavoro: cosa fare, cosa non fare, ecc. Nel mettere a disposizione lo strumento ai nostri clienti e poi a renderlo pubblico sui social, abbiamo fatto un’operazione molto particolare.

In cosa è consistita?

Bisognava fare, e bisogna fare ancora, un matching tra norme chiare e da interpretare e buonsenso gestionale. Non è il momento di dissertare sul diritto del lavoratore a percepire lo stipendio anche se non va al lavoro o sul diritto del datore di lavoro di collocare in ferie i propri dipendenti… Quello a cui tutti siamo chiamati oggi è offrire soluzioni ragionevoli, contando sul senso di responsabilità di imprese e lavoratori. Nell’impostazione del lavoro abbiamo cercato di avere una visione ampia, andando un po’ oltre il dettato normativo: presto avremo provvedimenti straordinari per il sostegno al reddito, perché è impossibile immaginare che i costi restino in capo alle imprese anche se non c’è prestazione e non ci sono attività. Nella fase di attesa cerchiamo tutti l’equilibrio tra gestione tecnica e gestione responsabile.

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