Navigator e politiche attive del lavoro: non ripartire da zero

Intervista a Franca Coppiano di Lee Hecht Harrison: quelle figure esistono già e vanno valorizzate. Bene l’investimento su figure professionali a supporto di chi deve cercare un lavoro: vanno potenziate le infrastrutture dedicate ai problemi che si incontrano lavorando. I rischi? Pochi operatori e il conflitto di competenze tra Stato e Regioni

Franca Coppiano

Franca Coppiano è una pioniera delle politiche attive del lavoro in Italia. Opera da oltre 20 anni nell’ambito dei servizi di transizione professionale e di consulenza organizzativa per le risorse umane ed è Operations Director di Lee Hecht Harrison Italia dal 2012. A partire dal 2003, ha sviluppato interventi di Politiche attive per il Lavoro in partnership con i servizi pubblici, coordinando numerosi progetti di supporto alla ricollocazione che hanno coinvolto migliaia di lavoratori. In questa intervista facciamo il punto sui navigator, la parte “attiva” del reddito di cittadinanza.

 

Quali sono le competenze che devono avere i navigator?

«Al momento la normativa non ha ancora stabilito quali competenze vengano richieste a questa nuova figura professionale. Allo stesso modo resta ancora da precisare quali percorsi formativi dovrà intraprendere chi desiderasse svolgere questa attività, così come in quali luoghi fisici e attraverso quali infrastrutture tecnologiche dovrebbe operare, e soprattutto alle dipendenze di chi. Detto questo – dal punto di vista di chi come me lavora da 25 anni per favorire la ricollocazione delle persone – al di là di ogni valutazione politica, sarebbe comunque importante cogliere questa opportunità per implementare ulteriormente quanto di buono già esiste nelle politiche attive del lavoro in Italia. I dati ci dicono che in Italia gli operatori dei CPI seguono oltre 500 utenti a testa contro i 25-60 degli altri paesi europei e se guardiamo ai risultati, gli operatori dei CPI italiani sono degli eroi!

Ben venga quindi la selezione, la formazione e la messa in campo di nuove figure professionali che si occupino di aiutare le persone nella ricerca di un nuovo lavoro. Pur non essendo ancora stato sancito in forma ufficiale, le skills che dovrebbero avere e su cui formare queste nuove risorse dovrebbero essere: la conoscenza del mercato del lavoro e la capacità di interfacciarsi con le aziende per coglierne il loro fabbisogno occupazionale ed organizzativo, le moderne tecniche di mappatura delle competenze, la capacità di ascolto e di accoglienza così come di relazione di aiuto, oltre che una forte presenza relazionale nel proprio territorio».

 

Esiste un sistema di formazione adeguato per dare loro le competenze necessarie?

«Ad oggi, per queste figure professionali non mi risulta che esistano inter formativi rilevanti dedicati e in grado di recepire la domanda che dovrebbe generarsi.
Credo però che sia giunto finalmente il momento di crearne e che anche questa necessità in fondo rappresenti un’ulteriore opportunità di realizzazione professionale e di sviluppo dei servizi per il lavoro».

 

Quali sono le criticità e le positività che vede relativamente alla parte di politiche attive del lavoro del reddito di cittadinanza?

«Le due maggiori criticità sono rappresentate dalla attuale debolezza del rapporto tra il numero di utenti e il numero di operatori e la seconda – ma secondo me ancora più importante – il rapporto Stato-Regioni per ciò che riguarda le competenze sul lavoro, ovvero l’odierna e irrisolta questione tra Anpal e Regioni, che tra l’altro proprio in questi giorni riguarda la questione di chi deve assumere formalmente le nuove risorse da dedicare alla ricerca del lavoro per i percettori del Rdc. Altre criticità ritengo siano legate ai sistemi informativi per gestire l’incontro tra domanda e offerta.

Le positività sono invece rappresentate dall’opportunità di dar vita a un sistema virtuoso che inizi a creare nuovo lavoro cominciando proprio dal riconoscimento delle figure professionali che devono aiutare gli altri a cercarne uno. Da questo punto vista, mi permetto di segnalare che i “navigator” esistono già, e da tanti anni, anche se con un altro job title. Forse sarebbe il caso di accorgersene e di dargli finalmente l’importanza che meritano, facendoli aumentare di numero».

 

Quali errori non dovrebbe commettere chi assume i navigator o chi vuole diventare navigator?

«Credo sia davvero necessario evitare di inventare da zero un ruolo professionale che già esiste e che viceversa valga proprio la pena guardare a quanto già è stato fatto, perfezionandolo laddove necessario e aumentando semmai i volumi di investimento e la visibilità».

 

Quali sono i limiti dell’orientamento al lavoro in Italia, dove si può migliorare?

«Se pensiamo al fatto che dedichiamo al lavoro quasi due terzi della nostra esistenza, è davvero singolare notare quante poche infrastrutture e figure professionali vengano dedicate ai problemi che si incontrano lavorando.

Così come per la salute, anche per il lavoro dovrebbero esistere molte più possibilità di essere assistiti e aiutati: per trovare lavoro, per farlo meglio, per cambiarlo al fine di crescere professionalmente… insomma sarebbe davvero importante che tutti potessero avere qualcuno professionalmente preposto con cui parlare del proprio lavoro. E che per avere questo esistessero, così come per la salute, corsi di studi/formazione e infrastrutture dedicate. Mi auguro che con questa legge si vada davvero verso un potenziamento delle attuali politiche attive del lavoro in Italia».

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