L’HR veste Prada: il dress code aziendale tra identità, libertà e nuovi equilibri
Cosa resta oggi del vecchio dress code aziendale? È ancora un segno di professionalità o solo un retaggio da aggiornare? Tra libertà d’espressione e nuove sensibilità generazionali, anche l’abito “da lavoro” diventa terreno di confronto per l’HR

Cravatta obbligatoria, tailleur con gonna sotto il ginocchio, scarpe lucide: per decenni l’abbigliamento da ufficio è stato un linguaggio codificato, quasi immutabile e comune alle latitudini più diverse. Vestirsi “in modo professionale” significava aderire a uno standard preciso, riconoscibile e riconosciuto, spesso non scritto ma rigidamente condiviso. Oggi, però, quel paradigma appare sempre più sfumato. Il tema non è più solo come ci si veste in ufficio, ma perché.
Cambia il mondo del lavoro, cambia il dress code
La trasformazione del lavoro – dallo smart working alla contaminazione tra vita privata e professionale, al bleisure – ha inevitabilmente influenzato anche il dress code da ufficio. Durante la pandemia, infatti, spopolavano le immagini e i meme di lavoratori impeccabilmente vestiti dalla cintura in su e in pigiama sotto: sebbene questa fosse una forzatura, è proprio in quel periodo che milioni di lavoratori hanno scoperto che era possibile essere efficaci, credibili e autorevoli anche senza giacca e tacchi e che, anzi, meno “ingessati” si lavora anche meglio.
Una volta tornati in presenza, difficilmente si è accettato di fare un passo indietro e così l’abbigliamento formale – benché non sia scomparso – ha perso il suo ruolo di unica divisa possibile.
Confermano il trend anche i personal shopper di Fidenza Village: “Il modo di vestirsi in ufficio sta cambiando profondamente. Oggi si privilegia un’eleganza più rilassata: completi morbidi, volumi confortevoli e materiali tecnici che permettono di muoversi con naturalezza. Il confine tra formale e casual si assottiglia: capi pensati per il lavoro diventano versatili, funzionali e adatti anche ai momenti fuori dall’ufficio. La parola chiave è comfort, senza rinunciare a uno stile curato e contemporaneo”.
Formale sì o no?
E in effetti oggi la questione del dress code assume una connotazione forse più culturale che puramente estetica: per le nuove generazioni, infatti, l’abito è una forma di espressione identitaria, non solo un segno di appartenenza. Gen Z e Millennial tendono a mal sopportare le regole troppo rigide, considerandole un limite alla libertà personale, se non addirittura un segnale di scarsa fiducia. In questo senso, il vecchio codice di abbigliamento aziendale rischia di essere percepito come un retaggio del passato, lontano dai valori di inclusività e autenticità che molte organizzazioni dichiarano di voler promuovere.
Eppure, liquidare il tema come superato sarebbe un errore. La forma continua a comunicare, dentro e fuori l’azienda. Abbigliamento, postura, cura di sé contribuiscono ancora a costruire la percezione di professionalità, soprattutto in contesti di relazione con clienti, partner o stakeholder esterni. La differenza è che oggi non esiste più una sola “forma giusta”, valida per tutti e per ogni ruolo.
“Il vestire formale sta attraversando una trasformazione strutturale: oggi non è più rigido, ma diventa fluido, personalizzato e narrativo” spiegano da Fidenza Village. E questo è evidente soprattutto osservando i brand che presidiamo a Fidenza Village. Molti ospiti iniziano ad apprezzare e scegliere brand di look da ufficio come Jil Sander, che interpreta il nuovo minimalismo di lusso: linee pure, volumi perfezionati, materiali pregiati che spostano l’idea di formale verso un’essenzialità artistica e sofisticata.
Pensiamo anche a Peserico, che rappresenta la quintessenza del “formale morbido” per la donna: lane leggere, tessuti nobili, palette neutre e uno stile che coniuga rigore e femminilità contemporanea. Al contempo, notiamo come tanti brand si stiano riadattando a questa nuova tendenza, come Paul Smith, che introduce il twist creativo: dettagli colorati, micro-motivi e accenti ironici che rendono il formale un atto di personalità, o Boss, che rinnova il classico power dressing con silhouette più rilassate, layering leggero e tonalità neutre. Inoltre, c’è una forte apertura alle contaminazioni stilistiche: elementi sporty o workwear inseriti nei tailleur, camicie romantiche accostate a tessuti tecnici, dettagli rétro reinterpretati in chiave contemporanea”.
Cosa dice la moda
Che non esista più una sola “forma giusta” è emerso anche dagli anticipi delle sfilate primavera/estate uomo 2026: se la cravatta, l’indumento-simbolo dell’abbigliamento formale per antonomasia, era presente tra le creazioni di diverse maison, il modo di portarla era però spesso stravolto. I modelli di Saint Laurent, per esempio, sono usciti in passerella con la metà inferiore della cravatta scomparsa dentro alla camicia – ovvero infilata nella fila di bottoni – mentre quelli di Giorgio Armani e Vivienne Westwood avevano l’estremità del colorato accessorio infilato nei pantaloni e, ancora, Dior ha lasciato spazio al “disordine casuale” con cravatte allacciate sopra al colletto o indossate al contrario.
Anche sulle passerelle femminili si è respirato un trend “comfy”, dove i tacchi hanno spesso lasciato il posto a mocassini e scarpe basse e le giacche sono diventate un indumento giocoso e sopra le righe: Chanel ha accorciato ulteriormente la giacca dei suoi intramontabili tailleur pied-de-poule mentre Max Mara ha fatto sfilare giacche cortissime, da abbinare a capi più sobri.
E se gli indumenti si fanno più minimal, gli accessori diventano i protagonisti del look, come illustrano i personal shopper di Fidenza Village: “Oggi si cerca un dettaglio che parli, che aggiunga un livello narrativo. E così via libera a gioielli-statement come collane chunky, orecchini oversize e bracciali scultorei, che aggiungono personalità anche al più sobrio dei look; accessori heritage, come spille e fermacravatte dal gusto vintage o addirittura ereditati, molto apprezzati nel guardaroba maschile; cinture animalier, perfette per dare carattere a tailleur e cappotti neutri; borse e piccoli accessori materici, con pelle texturizzata, forme decise e finiture satin che sostituiscono il minimalismo lucido delle stagioni passate”.
Il dilemma dell’HR
Per le Risorse Umane, questo allargamento delle maglie della formalità rappresenta un terreno delicato di mediazione. Da un lato, c’è la necessità di garantire coerenza con l’immagine aziendale e rispetto dei contesti, soprattutto in ambienti improntati alla sobrietà; dall’altro, c’è l’opportunità di valorizzare le persone lasciando loro esprimere la propria autenticità anche attraverso l’abbigliamento. Proprio per questo divario, sempre più organizzazioni stanno passando da regole prescrittive a linee guida di buon senso: principi condivisi basati su decoro, sicurezza, inclusione e rispetto.
Il punto chiave, quindi, non è il dress code in sé, ma come viene concepito: quando è imposto dall’alto, senza spiegazioni, rischia di diventare un simbolo di controllo; quando invece è coerente con la cultura aziendale e comunicato come strumento di responsabilizzazione, può rafforzare il senso di appartenenza. Anche la flessibilità può essere “regolata”: prevedere differenze tra ruoli, momenti (riunioni, eventi, lavoro quotidiano) e luoghi è oggi una pratica sempre più diffusa.
In definitiva, l’abito che decidiamo di indossare al lavoro resta un linguaggio, ma cambia quello che comunica: non dice più “sono professionale perché mi vesto così”, ma “mi vesto così perché so leggere il contesto in cui lavoro”. Per gli HR, la sfida è – ancora una volta – accompagnare il paradigma del cambiamento, trasformando una vecchia regola in un’occasione di dialogo. Perché, forse, la forma non ha perso importanza: ha semplicemente smesso di essere uguale per tutti.



