Più donne nei board, ma la Pa è ancora sotto la soglia. E resta il nodo dell’internazionalità.

I rapporti Spencer Stuart e Cerved-Fondazione Bellisario restituiscono un quadro in cui si vedono i miglioramenti portati dalla legge Golfo-Mosca ma resta ancora molto da fare sul tema della diversity.

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Aumentano le donne nei cda delle società quotate, ma l’internazionalità è ancora un gap. Anche i dati del 24° Board Index di Spencer Stuart – che analizza le principali caratteristiche dei consigli delle società italiane – evidenziano la presenza di almeno una donna nei board di tutte le prime cento aziende quotate italiane. Se la precedente rilevazione riferiva una presenza del 32,3%, questa volta si sale a 35,8% (era il 5% nel 2010). Ora l’obiettivo riformulato dalla Legge di Bilancio è del 40%, aumentato rispetto al 33% previsto dalla Legge Golfo-Mosca.

Il campione è composto dalle prime cento società quotate in Italia, ordinate per capitalizzazione di mercato, a febbraio 2019: di queste, 37 fanno parte dell’indice FTSE Mib e le altre 63 di altri indici secondari; ci sono inoltre 10 new entry rispetto al 2018 (Carel Industries, Credito Valtellinese, Falck Renewables, Guala Closures, IVS Group, Piovan, Saes Getters, Sesa, Tinexta e Unipol Gruppo Finanziario), mentre altre sono state escluse per motivi vari.

Il 35,8% significa che 354 posizioni sono ricoperte da donne, con un rapporto “incarichi/presenza femminile” pari a 1,15: ogni consigliere donna siede in media in 1,15 consigli di amministrazione, e in questo senso il numero è lievemente maggiore di quello degli uomini (1,07). Viceversa, nonostante l’aumento, è ancora alta la percentuale di Consigli di Amministrazione che non hanno più di quattro donne in consiglio: il 66%, comunque meno rispetto all’81% del 2017.

Chi sono le donne in Cda

Nel dicembre scorso, anche Il Sole 24 Ore ha mappato le donne nei board delle quotate italiane, stilando una lista di circa 600 tra professioniste, docenti universitarie, avvocate, commercialiste (qui la lista completa, fonte Il Sole 24 Ore – Analisi Mercati Finanziari). L’Italia si posiziona tra i paesi più virtuosi e supera brillantemente il rischio che in poche figure si concentri un numero elevato di mandati: solo il 18,5% ha più di un board e per la maggior parte dei casi ci si ferma a due. “Ad avere il maggior numero di incarichi sono Michaela Castelli, presidente di Acea, e Chiara Mio, presidente di Crédit Agricole FriulAdria, con 5 board ognuna, seguite da 9 consigliere con quattro cda”, rilevava a dicembre il quotidiano economico, ponendo tuttavia anche un altro tema, ovvero quello relativo alla presenza ancora scarsa delle donne nel management, su cui gli stessi cda dovrebbero riflettere.

Il dato è confermato anche dalla rilevazione di Spencer Stuart: nelle prime cento quotate, la percentuale di donne che ricoprono cariche esecutive è pari all’11,9%, le donne presidente sono il di 9,9% e gli amministratori delegati donna appena l’8,5%.

L’internazionalità

L’altro spunto che emerge è quello dell’internazionalizzazione, che di fatto, non c’è. Si legge nel rapporto: “Nel nostro osservatorio le cariche consiliari occupate da non italiani sono 90, pari all’8% dei Consiglieri del campione; questo dato è in leggera diminuzione rispetto allo scorso anno, a causa degli importanti cambiamenti del campione esaminato”. Il gap resta, dunque. “Più della metà delle società non ha nemmeno uno straniero in consiglio – sottolinea il rapporto – un terzo delle società ha 1 o 2 stranieri, mentre soltanto il 9% ne ha 3 o più. Delle 42 società con almeno uno straniero, soltanto in 3 casi questi rappresentano la maggioranza in consiglio, mentre negli altri 38 casi sono la minoranza”. Dove ci sono stranieri, sono soprattutto europei, nello specifico francesi e inglesi; anche gli americani sono tra le presenze più evidenti e i cinesi iniziano a fare capolino.

Ma cosa accade nella Pubblica amministrazione?

Nella Pa si ancora si è lontani dall’obiettivo del 33% previsto dalla Legge Golfo-Mosca (120/2011: l’incremento c’è stato, visto che dall’11,2% del 2014 si è passati al 28,4% del 2019. Ma il traguardo è lontano e, a maggior ragione, lascia perplessi il fatto che le controllate pubbliche ad amministratore unico – prive dell’obbligo della parità di genere – siano aumentate di numero.

Il rapporto Cerved Fondazione Bellisario, realizzato in collaborazione con l’Inps, riferisce che su 1.533 aziende pubbliche 1.340 hanno un amministratore uomo e 193 una donna.

Benché la media sia quella del 28,4%, è necessario sottolineare che sussistono differenze tra le regioni: si va dal 36,5% dell’Umbria al 9,5% della Basilicata che, come Sicilia, Calabria e Campania, è molto lontana dalla soglia minima. Detto ciò, benché la legge abbia sicuramente apportato un miglioramento, secondo l’indice del World Economic Forum l’Italia è ancora al 76esimo posto tra i paesi censiti e agli ultimi posti tra quelli più avanzati.

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