Reddito di cittadinanza: più ombre che luci

TAVOLA ROTONDA | L’introduzione del reddito di cittadinanza è il provvedimento principale della manovra approvata dal Governo: uno strumento nuovo, che costerà circa 10 miliardi di euro l’anno, che dovrà essere gestito dalla rete dei centri per l’impiego, da riformare e rafforzare

reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza avrà un impatto forte sul mercato del lavoro, a cominciare dal cosiddetto “effetto divano”, cioè il calo di motivazione a cercarsi un lavoro avendo un reddito garantito. Sul tema, riportiamo l’opinione del sociologo Francesco Giubileo, dell’amministratore delegato di Monster.it, Nicola Rossi, e del Centro Studi di Confindustria, che al provvedimento ha dedicato un’analisi ad hoc.

Francesco Giubileo | Sociologo e ricercatore di Polis Lombardia. Si occupa di valutazione dei servizi pubblici per l’impiego e di analisi del mercato del lavoro

Giubileo, qual è la sua valutazione del reddito di cittadinanza?

«Il giudizio definitivo lo daremo solo quando il provvedimento sarà in Gazzetta Ufficiale. Ad oggi ci atteniamo a quanto contenuto nel Def: 9 miliardi per il reddito, 1 miliardo per i centri per l’impiego. Sappiamo che sarà graduale fino a 780 euro al mese (all’incirca 1.100 per un nucleo familiare con figli). La prima cosa che mi viene da pensare è che in Italia ci sono zone dove chi lavora guadagna poco più di quella cifra: in questo caso il reddito di cittadinanza non è un gran incentivo al lavoro. Sicuramente è uno strumento utile per le donne (soprattutto quelle vittime di violenza), penso alla loro autonomia; lo sarà per un’ampia fascia di popolazione ma non abolirà la povertà, come ha detto il ministro Di Maio. Un secondo effetto positivo potrebbe essere l’impatto sui bassi salari: nessuno dovrebbe essere più costretto a lavorare al di sotto di quella cifra (il reddito di cittadinanza di fatto costituirebbe la base del salario minimo garantito). In linea di massima vedo due grandi limiti: la sostenibilità economica nel tempo di un provvedimento molto costoso (a regime costerebbe 40 miliardi di euro) e l’impatto negativo sul mercato del lavoro per le basse qualifiche professionali, penso a chi fa orari scomodi o lavori poco desiderabili per cifre simili a quelle che potrebbe ottenere restando a casa».

Il governo ha detto che nessuno se ne starà sul divano a girarsi i pollici…

«Ad oggi si può ipotizzare che circa il 40% di quelli che avranno il reddito di cittadinanza ne beneficerà per un periodo breve e poi troverà un lavoro (in molti casi in forma autonoma); un’altra fetta, minore, beneficerà del reddito per un periodo più lungo prima di tornare al lavoro. In questi due casi, il provvedimento avrà raggiunto il suo scopo. C’è una terza fascia, che può essere tra il 15% e il 40%, che se ne starà sul divano. Questo è quanto più o meno è avvenuto nel Regno Unito, nei casi “opportunistici” non mancavano liti con i datori di lavoro per farsi licenziare o finti colloqui di lavoro per giustificare il mantenimento dell’assegno. Per non parlare della Danimarca: il sostegno durava fino a nove anni, frequenti erano i tentativi di “truffare” il sistema (finti divorzi, residenze fittizie e spostamento dei capitali ai familiari) e molti beneficiari trovavano lavoro solo a ridosso della scadenza…».

I centri per l’impiego ce la faranno a gestire la pratica del reddito di cittadinanza?

«Diciamo subito che l’atto amministrativo – ne sono quasi certo – spetterà all’Inps e non ai Centri per l’impiego. Quest’ultimi difficilmente saranno in grado di avere un ruolo attivo nella gestione del reddito di cittadinanza. Soprattutto se il governo confermerà di voler partire ad aprile 2019… sarà impossibile. La cosa da capire è se il miliardo destinato ai centri sarà strutturale o una tantum. Nel primo caso si potrebbe dare una bella scossa ai centri, riformandoli e adeguandoli; nel secondo caso non si andrebbe molto lontano. In tutti e due i casi, non credo si riesca a fare ciò che vuole il governo. Tre proposte di lavoro ad ogni percettore del reddito? In molte zone si farà fatica a farne una. Molti finiranno a fare lavori socialmente utili presso i comuni, esperienza relativamente fallimentare già vista nel Mezzogiorno, perché favorisce la trappola del welfare e la dipendenza dal sistema».

C’è un modello in grado di garantire tutela senza deprimere le motivazioni a lavorare?

«Sul fronte “lavoro”, quello che mi convince di più è il “modello Mississippi”, di cui ha parlato il professor Mimmo Parisi, che sarà consulente del Governo per la riorganizzazione dei centri per l’impiego. Prevede la creazione di una piattaforma per l’incrocio di domanda e offerta e l’organizzazione di fiere del lavoro: ogni Regione ne dovrà organizzare quattro al mese. Le fiere sono gli strumenti migliori per cercare lavoro. La filosofia di fondo dovrà essere quella di investire magari meno in formazione e più in mobilità occupazionale, la vera sfida per il futuro. Sul fronte tutele, mi convince il modello Uk: semplificando, hanno riunito quello che da noi sono la Naspi e il Reddito di Inclusione creando l’universal credit. L’assegno è più alto in base ai contributi versati, ma copre anche chi non li ha. È un sistema estremamente semplificato, con un percorso unico di accesso».

Nicola Rossi | Amministratore delegato di Monster.it, il principale portale per l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, con 1,6 milioni di visitatori unici mese

Rossi, cosa pensa del provvedimento annunciato dal Governo?

«Un giudizio definito lo si potrà dare più avanti: gli strumenti che intervengono sul mercato del lavoro, sia passivo che attivo, hanno bisogno di tempo per entrare a regime. Gli effetti li vedremo, ma quello che già ora non mi convince è la direzione che si sta prendendo, che privilegia l’aiuto passivo rispetto alle politiche attive del lavoro. Il mio giudizio è influenzato dal mio lavoro e da quello che vedo ogni giorno e questo mi sembra un provvedimento assistenzialista. I versanti orientamento e formazione lavoro mi paiono molto deboli anche rispetto a provvedimenti analoghi esistenti in altri paesi, dove non si sceglie il sussidio passivo ma un sostegno transitorio a chi deve essere riqualificato per tornare nel mercato del lavoro».

C’è il rischio “effetto divano”?

«Si, vedo il rischio: c’è più incentivo a stare sul divano che a impegnarsi per cercarsi un lavoro. Avrei preferito un sistema con formazione e riqualificazione professionale, ad esempio 4 ore al giorno, e lavori per la comunità, per altre 4 ore. C’è molto da fare per la comunità, penso alla manutenzione delle scuole, la pulizia dei fossi, attività sulle strade… però l’aspetto prevalente deve essere l’altro, quello formativo e generatore di competenze richieste dal mercato in quella specifica area geografica».

I centri per l’impiego saranno in grado di gestire la pratica reddito di cittadinanza?

«C’è poco personale e anche poca vitalità, avranno molta difficoltà a gestire tutto. Può essere comprensibile, per alcuni, che lo Stato voglia riprendersi attività che prima facevano i privati, ma  poi ci deve essere l’impegno a fare davvero le cose, non solo ad annunciarle. Non credo proprio che i centri per l’impiego saranno in grado di fare tre proposte di lavoro ad ogni persona che percepisce il reddito di cittadinanza. Il privato sarebbe in grado di riuscirci».

Quale sarebbe, secondo lei, il modello ideale in grado di tenere assieme tutele e politiche attive?

«L’idea sbagliata è pensare che lo Stato possa fare tutto. Il pubblico dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla parte di verifiche e controlli sulla formazione e sulle offerte di lavoro fatte da privati alle persone disoccupate. Il problema principale è il mismatch tra domanda e offerta, mancano competenze, non solo quelle digitali. Mancano idraulici, elettricisti, tecnici… Sul versante tutele, più che l’assegno – che incentiva l’effetto divano – vedrei bene forme di integrazione al reddito di quelle attività a basso valore, penso a figure professionali come quelle dei rider del food delivery».

Centro Studi Confindustria | Analisi di Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Michelangelo Quaglia

Confindustria ha espresso forti dubbi sul reddito di cittadinanza. Uno strumento analizzato in uno studio articolato, curato da tre ricercatori del Centro Studi, che hanno messo a confronto il Reddito di Cittadinanza e il Reddito di Inclusione. Una critica che parte dall’impianto stesso del provvedimento: “Alla luce di una crescente e ormai elevata incidenza della povertà in Italia, nel dibattito si riaffacciano di frequente proposte di programmi a carattere universalistico. I due principali vantaggi dell’approccio universalistico sono la semplicità amministrativa e il fatto che non dovrebbe introdurre effetti distorsivi sulla decisione di lavorare – scrivono Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Michelangelo Quaglia È tuttavia vero che anche questo approccio, seppur immune da “effetti sostituzione”, possa comportare teoricamente un “effetto reddito” negativo sull’offerta di lavoro. Tale effetto non può essere sottovalutato in un paese come l’Italia, caratterizzato da bassa occupazione ed elevata economia sommersa. L’approccio universalistico, inoltre, non è economicamente sostenibile”.

Quale sarebbe, secondo il Centro Studi di Confindustria, l’impatto del reddito di cittadinanza sul lavoro?

È alto il rischio che disincentivi il lavoro, dato l’elevato importo del beneficio e l’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Per incentivare la partecipazione, inoltre, prevede solo l’obbligo di iscrizione ai Centri per l’Impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro. Facciamo un semplice esempio: se lo Stato garantisse un reddito di €800 al mese, sarebbe forte il disincentivo ad accettare un’offerta o mantenere un lavoro che paga meno di questa cifra, ma anche di €1.000 (o forse più), dato che, in assenza di meccanismi correttivi, il guadagno netto sarebbe solo di €200.

Come si potrebbe evitare il cosiddetto “effetto divano”?

Nell’analisi di Labartino, Mazzolari e Quaglia, si legge: “Oltre all’approccio di make work pay, uno schema di reddito minimo deve prevedere percorsi formativi e di inclusione lavorativa per i soggetti in età attiva e abili, mirati a migliorarne l’occupabilità. È opportuno che sia prevista una differenziazione delle misure di attivazione per almeno tre gruppi (giovani, disoccupati di lungo perido e genitori single). Più in generale, la condizionalità lavorativa – nelle sue componenti di doveri del beneficiario, azioni che questo è tenuto a compiere e sanzioni in caso di mancata ottemperanza – dovrebbe trovare declinazione in piani che tengano conto del profilo di occupabilità del richiedente, oltre che di quello degli altri membri del nucleo familiare”.

Però chi ottiene il “reddito” farà lavori utili alla collettività…

“Vi sono almeno due rischi legati a tale previsione. Primo, che la partecipazione a tali progetti generi attese di stabilizzazione nel pubblico impiego, come è avvenuto in passato. Secondo, tali progetti potrebbero spiazzare posti di lavoro negli stessi ambiti. È importante che questo requisito sia connotato esplicitamente non come una forma di ingresso al lavoro quanto piuttosto come un “quid pro quo”.

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