Ridurre gli orari per favorire l’occupazione: utopia o futuro?

In Italia si lavora più che in Germania, Francia e Regno Unito, eppure il nostro tasso di occupazione è inferiore alla media europea e la nostra produttività stagnante. Sono sempre di più gli esperti che ritengono che la soluzione sia diminuire le ore di lavoro procapite e ridistribuirle tra una platea più ampia di lavoratori

riduzione orari di lavoro

Lavorare meno per lavorare tutti.

Sono sempre di più gli economisti a credere che questa formula sia l’unica in grado di garantire nel prossimo futuro la piena occupazione. Il progresso della tecnologia e il sempre più massiccio impiego dell’automazione fanno prevedere negli anni a venire un calo dell’occupazione del 30% secondo le stime più ottimistiche, mentre altri studi (“The Future of Employment” Frey Osborne, Oxford Martin School) arrivano ad annunciare la distruzione del 54% dei posti di lavoro in Ue.

Se questo è lo scenario futuro, l’Italia già oggi non è messa troppo bene.

Nonostante la massiccia riforma del mercato del lavoro introdotta dal Jobs Act, la disoccupazione resta all’11%, la produttività è stagnante e i salari al palo, specie se confrontati con quelli degli altri Paesi europei. Nel terzo trimestre del 2017 sono cresciuti in Italia di appena lo 0,3% contro il 2,1% della Germania (fonte Eurostat). Inoltre, le ultime rilevazioni disponibili sulle ore lavorate nei paesi dell’area Ocse (2016) sono molto chiare: in Italia si lavora mediamente di più che in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito.

A dare dei numeri ancora più precisi è il sociologo Domenico De Masi, uno dei massimi sostenitori italiani della teoria della riduzione delle ore di lavoro per aumentare l’occupazione. Nel suo ultimo libro “Il lavoro del XXI secolo” De Masi riporta questi dati: le ore di lavoro annue procapite in Italia sono 1.725 contro le 1.371 della Germania (in pratica il 20% in più), con un ricorso allo straordinario calcolato in 4 milioni di ore al giorno, ovvero circa due ore extra al giorno per 2 milioni di persone, sufficienti per creare 500 mila nuovi posti. Nonostante questo in Italia produciamo il 20% in meno della Germania e il Pil procapite è di molto inferiore (30.532 euro vs. 41.701 euro). Come mai questa differenza? Ovviamente le ragioni sono tante e strutturali, ma comunque De Masi ricorda che, per esempio, in Germania sindacati e imprenditori si sono accordati per consentire ai metalmeccanici con esigenze famigliari di ridurre l’orario di lavoro a 28 ore settimanali, pur mantenendo i livelli salariali. In Italia invece i sindacati non hanno mai richiesto un taglio delle ore di lavoro. Di più. Da tempo sindacalisti e imprenditori nostrani, con il sostegno finanziario degli ultimi governi, hanno puntato molto sulla detassazione del lavoro straordinario, rendendolo la normalità specialmente al Nord.

In assenza di iniziative al livello nazionale e collettivo alcune realtà hanno cominciato a muoversi da sole.

In provincia di Vicenza, a Sarego, i vertici della Salvagnini Italia e i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil e Rsu hanno trovato l’intesa su un accordo integrativo contenente un’innovazione assoluta: in produzione e negli uffici si lavorerà 38 ore a settimana, con un salario di 40 ore retribuite. La sperimentazione parte a settembre e a gennaio dovrebbe entrare in vigore per tutti i circa 750 dipendenti. Inoltre l’intesa prevede due giorni in più di permesso paternità ai neo-papà, l’introduzione dello smart working e il part-time per il 13% della forza lavoro.

Esperimenti di questo tipo non sono una novità in altri Paesi del mondo.

Un’azienda della Nuova Zelanda, la Perpetual Guardian, ha già sperimentato con successo la settimana lavorativa di 4 giorni. Il fondatore della società ha dichiarato di aver preso ispirazione dalle numerose ricerche che vedono nella settimana lavorativa a orario ridotto una fonte per il benessere del lavoratore. Così, per otto settimane, ha concesso a 240 impiegati un giorno a settimana per stare a casa, completamente pagato. I risultati sono stati sorprendenti: non solo è aumentato il grado di soddisfazione generale dello staff e l’attaccamento all’azienda, ma la produttività non ha subito alcun calo.

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