Sindrome dell’impostore: 7 italiani su 10 la sperimentano sul lavoro
Secondo una ricerca di Hays e Serenis, sette italiani su dieci hanno sperimentato la sindrome dell’impostore almeno una volta nella vita professionale. A farla emergere più spesso sono l’ingresso in un nuovo ruolo e il confronto con i colleghi

A chi non è capitato almeno una volta di sentirsi inadeguato rispetto al proprio ruolo? Molti professionisti sperimentano questa sensazione nel corso della propria carriera, così come capita di mettere in dubbio le proprie competenze. È ciò che gli psicologi definiscono “sindrome dell’impostore”, una condizione in cui, nonostante risultati e riconoscimenti oggettivi, le persone tendono ad attribuire i propri successi alla fortuna o a circostanze esterne, vivendo il timore di non essere realmente all’altezza delle aspettative. Secondo una rilevazione di Hays realizzata in collaborazione con Serenis, sette italiani su dieci dichiarano di averla provata almeno una volta al lavoro e oltre il 30% afferma di sperimentarla spesso.
Tra le situazioni che più frequentemente fanno emergere la sindrome dell’impostore c’è l’inizio di un nuovo ruolo, indicato da quasi quattro italiani su dieci. L’ingresso in un contesto sconosciuto e l’assunzione di nuove responsabilità possono infatti portare a mettere in discussione le proprie capacità e il proprio valore professionale. Anche il confronto con i colleghi rappresenta un fattore rilevante, citato da circa tre intervistati su dieci, mentre il processo di selezione per una nuova posizione è indicato dal 18% del campione. Solo l’11% dei rispondenti dichiara invece di non avere mai sperimentato o riconosciuto questo fenomeno.
I professionisti più esposti
La sindrome dell’impostore può riguardare chiunque, ma tende a manifestarsi più spesso nelle fasi di transizione professionale. Non a caso, secondo i dati Hays, il 39% degli intervistati indica l’inizio di un nuovo ruolo come il momento in cui questa sensazione emerge con maggiore forza. È frequente anche tra le donne e tra le persone appartenenti a gruppi che, per ragioni culturali o organizzative, faticano maggiormente a vedere riconosciuta la propria autorevolezza.
A esserne particolarmente esposti sono inoltre i professionisti che lavorano in contesti molto competitivi, dove il confronto con gli altri rischia di diventare il principale metro di giudizio. Il problema è che questi confronti raramente avvengono ad armi pari: percorsi personali, responsabilità familiari, condizioni economiche e opportunità di partenza possono essere molto diverse e incidere profondamente sulle possibilità di crescita professionale.
Misurare il proprio valore osservando soltanto i risultati altrui significa spesso trascurare tutto ciò che quei risultati non raccontano. Eppure proprio le esperienze più complesse, gli ostacoli affrontati e le responsabilità assunte possono contribuire a sviluppare competenze, capacità di adattamento e resilienza che rappresentano un valore professionale tutt’altro che secondario.
“Dal punto di vista clinico, la sindrome dell’impostore non è una patologia, ma un’esperienza psicologica caratterizzata dall’incapacità di internalizzare i propri successi” spiega la Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e Head of Business Learning & Culture di Serenis. “Si manifesta attraverso un ciclo cognitivo disfunzionale in cui il soggetto, nonostante prove oggettive di competenza, attribuisce i risultati a fattori esterni (fortuna, errore altrui). Questo genera un sovraccarico emotivo dettato dalla ‘paura dello smascheramento’, che spesso conduce a strategie di coping disadattive come l’over-working (iper-preparazione) o il procrastinare per evitare il giudizio, alimentando elevati livelli di stress e ansia da prestazione che di fatto, impattano negativamente sulla produttività e sullo sviluppo professionale”.
Cinque consigli per affrontare la sindrome dell’impostore
Martina Migliore, Psicoterapeuta cognitivo comportamentale e Head of Business Learning & Culture di Serenis, suggerisce cinque strategie pratiche per riconoscere e gestire la sindrome dell’impostore.
- Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.
- Riformulazione cognitiva: trasformare il “non sono capace” in “sto imparando una nuova competenza”.
- Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, non come fallimento identitario.
- Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati aiuta a universalizzare il vissuto, riducendone il peso.
- Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare stabilmente i successi nell’immagine di sé.



