Cresce il welfare aziendale: più della metà degli accordi prevede benefit per i lavoratori

I dati elaborati dall’Osservatorio welfare aziendale mostrano un Paese che invecchia in cui le imprese sono chiamate a contribuire al welfare pubblico, sempre più contenuto

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Oltre il 52% degli accordi aziendali prevede misure di welfare: questo il dato registrato ad aprile 2019, che segna un incremento di oltre il 18% rispetto a dicembre 2017, quando gli accordi aziendali di questo tipo rappresentavano il 33,5% del totale, come rende noto l’Osservatorio welfare aziendale del centro studi di Assolombarda. E se si tiene conto del fatto che ad essere elaborati sono i soli dati relativi agli accordi registrati al Ministero del Lavoro, significa che il fenomeno è senz’altro in generale in forte crescita.

Perché aumenta il welfare aziendale

I motivi sono evidenti: il contenimento del welfare pubblico e gli incentivi alle imprese che adottano misure di sostegno ai dipendenti ne sono un esempio concreto, così come la sollecitazione che in questo senso arriva dai lavoratori stessi e dalle organizzazioni sindacali. Soprattutto se si considera che, sempre di più, i benefit concessi non sono premi in denaro, ma agevolazioni che coprono aree diverse: dal sostegno all’istruzione all’assicurazione sanitaria, dall’assistenza alla persona alla tutela pensionistica complementare. Tutto sempre nell’ottica del cosiddetto time saving in grado di migliorare il benessere dei dipendenti e quindi la loro produttività e fidelizzazione.

Lo scenario in cui ciò accade è quello di un paese che invecchia dove, quindi, diventa fondamentale, ad esempio, il tema della non autosufficienza, che impatta sulle famiglie i cui tempi di lavoro sono sempre più lunghi.

I settori del welfare

Osservando gli accordi stipulati in Assolombarda nel triennio 2016-2018, “il welfare aziendale riguarda meno spesso – ma comunque frequentemente – la sfera della cultura e del tempo libero, gli aspetti della mobilità, la gestione dei tempi di lavoro (ferie, permessi o orario), gli interessi finanziari o assicurativi del lavoratori. Più raramente il welfare aziendale si concretizza in servizi di pubblica utilità o in forme di sostegno alla maternità”, si legge nel rapporto redatto dall’Istituto.

Inoltre, il budget medio per lavoratore di spesa in welfare aziendale è salito dai 558 euro del 2017 ai 600 del 2018, con un incremento su base annua del +7,5%; ciò per il lavoratore significa 909 euro messi a disposizione, ovvero il 14,1% in più.

Alla base delle scelte aziendali che vanno in questa direzione sta la capacità di “capire i bisogni e valutare a quali di questi si può dare risposta”, si legge nel rapporto, mentre si cerca di comunicare l’importanza di certe azioni.  Necessario, inoltre, “costruire una educazione al welfare che consenta ai lavoratori di effettuare scelte consapevoli e in linea con le necessità non solo proprie ma anche delle loro famiglie”. Tuttavia “non meno importante, è che da parte aziendale si colga e si valuti pienamente che anche il welfare, se realizzato con attenzione alle persone, costituisce un fattore di competitività perché migliora la relazione con l’impresa, incidendo sul fattore emotivo e quindi sull’engagement del lavoratore, migliorando il benessere organizzativo e il senso di appartenenza”.

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