Tecnologia in azienda? Sette milioni di lavoratori la avvertono come una minaccia

Il rapporto Censis-Eudaimon rivela le paure di chi lavora e l’entusiasmo delle aziende. Gli operai i più preoccupati. E il welfare si rivela strumento per ridare speranza

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Tecno-paura e tecno-entusiasmo: sono i termini usati dal Censis nel terzo rapporto sul welfare aziendale, realizzato con Eudaimon per fotografare come viene vissuto l’irrompere della tecnologia nel mondo delle imprese, da un lato dai lavoratori dipendenti e dall’altro dalle aziende stesse. I primi – sette milioni – hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro con l’ingresso di intelligenza artificiale e machine learning, soprattutto gli operai: l’89%, ovvero uno su due, è convinto che la tecnologia costituisca una vera minaccia.

I numeri del rapporto: orari, ruoli e salari

Per il 50% dei lavoratori si imporranno ritmi di lavoro più intensi, per il 43% si dilateranno gli orari, per il 33% (il 43% tra gli operai) si lavorerà peggio di oggi; per il 28% (il 33% tra gli operai) la sicurezza non migliorerà. Questi i numeri più “forti” che emergono dal rapporto che Censis ha realizzato con Eudaimon, leader nel settore del welfare aziendale, grazie al contributo di Credem, Michelin e Snam. Sul fronte dei salari, intanto, è evidente che lo stipendio di chi lavora in aziende tecnologiche è doppio rispetto alla norma: il dato emerge dall’analisi di un insieme di imprese inserite nella classificazione Eurostat-Ocse, selezionate tra quelle mediamente tecnologizzate. “Sono 180.782 (il 4,2% del totale) le imprese operanti in settori che vanno dalle telecomunicazioni alla produzione di veicoli spaziali, apparecchi ottici, sistemi informatici, prodotti farmaceutici e chimici, fibre, veicoli elettrici”, si legge nel rapporto. E, se si considera 100 il salario medio di un lavoratore del comparto industria e servizi, quello di chi opera in imprese “a medio impatto tecnologico e ad alto contenuto di conoscenza” vale 184,1, contro i 93,5 di un lavoratore medio occupato in altre imprese. È questo divario ciò che nel rapporto viene definito “tecno-polarizzazione” dei salari.

Le paure dei lavoratori

Se è vero che a temere il cambiamento è l’85% dei lavoratori, è altrettanto vero che le paure si diversificano e crescono con lo scendere lungo la piramide aziendale: da quella di perdere il lavoro (35,7% dei dirigenti, 40,8% degli impiegati e 48,8% degli operai) a quella di vedere peggiorare i ritmi (53,6% dei dirigenti, 51,3% degli impiegati e 46,4% degli operai) e orario (39,3% dei dirigenti, 43,4% degli impiegati e 42,9% degli operai), fino al timore di non vedere neanche migliorare la sicurezza (25% dei dirigenti, 27% degli impiegati e 33,3% degli operai). Vedere calare lo stipendio (53,5%, 57,3% e 63,1%) e perdere tutele (53,6%, 49,1% e 52,4%) sono gli altri timori emersi dall’indagine.  

L’entusiasmo delle aziende

Di certo a saltare agli occhi è l’opposta reazione da parte delle aziende rispetto all’impatto con la tecnologia: fatto, questo, che porta i lavoratori dipendenti a pensare che sarà sempre più difficile trovare obiettivi comuni. I sentiment, dunque, sono molto diversi: il 97,6% dei vertici aziendali è convinto che con la tecnologia porterà “migliore qualità del lavoro e della vita dei lavoratori, oltre a potenziare produttività ed efficienza”.

La “ricucitura” del welfare

In questo scenario, il welfare aziendale si rivela fondamentale per contenere le paure, sia concrete che psicologiche, per controllare i redditi e le eventuali diseguaglianze e per rispondere in modo efficace e reale alle attese. Ne è convinto il 54,4% dei lavoratori italiani (in testa i dirigenti, al 64,3%, poi gli impiegati, al 56,2%, e quindi gli operai, al 45,2%), che in parte hanno già sperimentato la positività delle misure messe in campo nelle proprie aziende di riferimento. Guardando ai numeri, come si legge nel rapporto, “dei 17.300 contratti attivi depositati telematicamente al ministero del Lavoro a novembre 2019, il 52,7% (9.121) prevede misure di welfare aziendale. Nel novembre 2018 la quota era pari al 46,1% dei contratti: +6,6% la variazione percentuale”. Un buon punto da cui partire per bilanciare i timori e colmare le disuguaglianze.

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