Donne e Stem, “il gap si supera re-brandizzando l’Industria e la sua cultura interna”

Le percentuali di donne iscritte a facoltà tecnico-scientifiche non decollano. Ma il quadro può cambiare, promuovendo formazione e diffondendo una cultura della diversity. L’esperienza di Barbara Preti, hr director di Avio Aero, che ha fondato l’associazione “Donna Professione Stem”

donne e stem

«Sa com’è nata la nostra associazione? Chiacchierando con un cacciatore di teste. Quando gli ho chiesto “trovami un capo ingegnere donna”, la sua risposta è stata “cerchi una mosca bianca”. In quell’attimo ho capito che per cambiare la situazione non basta la volontà di una sola impresa, va rovesciato il paradigma. E per farlo è necessario fare informazione, spiegare alle bambine e alle studentesse l’importanza delle discipline scientifiche e dei nuovi mestieri, fare “cultura” della diversity». Barbara Preti è hr director di Avio Aero, una delle rare donne manager in un settore ancora tutto al maschile. A ottobre ha fondato con altre mosche bianche come lei l’associazione “Donna Professione Stem”, della quale è il Presidente, per promuovere l’accesso e la partecipazione dell’altra metà del cielo alle discipline scientifiche, facendo cadere pregiudizi e ostacoli che fino a oggi hanno impedito alle donne di entrare nelle stanze del sapere scientifico.

La strada è ancora lunga. Se in media nei Paesi dell’Ocse il 25% dei ragazzi e il 24% delle ragazze prevedono di scegliere una professione in ambito scientifico, in Italia le rispettive percentuali sono 24,7% e solo 20,6% per le studentesse. «Oggi circa il 40% degli iscritti alle facoltà in area Stem è donna. Se però guardiamo a facoltà più specifiche come ingegneria meccanica o aerospaziale, le percentuali crollano al 9 e al 16%.  In sostanza, sì, c’è ancora molto da fare».

 

Da dove cominciare?

«Dall’informazione. Il World Economic Forum ha previsto che molte delle professioni attuali scompariranno, e in un futuro molto prossimo ci sarà bisogno di abilità e competenze che fino a ieri non esistevano. Chi si prepara a entrare nel mondo del lavoro deve esserne consapevole. Il lavoro di domani avrà sempre più che a che fare con la tecnologia. Anche i vecchi ruoli andranno “ribrandizzati” e l’industria avrà un compito molto importante in questo processo».

 

È un lavoro da fare in tandem con le università, immagino…

«La collaborazione con le università scientifiche è indispensabile per creare nuovi percorsi formativi. Proprio per questo abbiamo lavorato con loro a quattro mani per creare corsi di laurea e master in advance manufacturing, come quelli del Politecnico di Torino, della Federico II e dell’Università del Salento, solo per citarne alcuni. Ma è l’industria il luogo dove la tecnologia trova nuove applicazioni. La vera innovazione si fa on the job, giorno dopo giorno. È necessario che i due canali viaggino assieme».

 

Torniamo alle donne. Diceva che c’è necessità di informare le nuove generazioni sull’importanza di dedicarsi alle discipline scientifiche. Quando cominciare?

«Generalmente è intorno alle scuole medie che le bambine si fanno un’idea sul loro futuro e iniziano a formulare delle ipotesi. È in questo periodo della vita che va insegnata la bellezza e l’importanza delle materie scientifiche, e va fatto capire che le Stem non sono solo “roba da uomini”».

 

Cosa si può fare, invece, dopo?

«Si può fare molto. Le imprese – e Avio Aero ne è un esempio – possono promuovere al proprio interno politiche di diversity inclusion, o percorsi per stimolare le risorse femminili ad arricchire le competenze tecniche. In azienda abbiamo un gruppo di donne che fanno formazione ad altre colleghe per sviluppare la loro professionalità in ambito tecnologico.

Le singole iniziative, da sole, hanno però un impatto meno significativo. È necessario intervenire a 360 gradi nella società, promuovere collaborazioni tra imprese, istituzioni, scuole ed enti di formazione, far circolare idee e scambiare best practice, per fare “cultura” in questa direzione. La nostra associazione agisce su tre livelli. Da un lato promuove con le scuole percorsi di alternanza scuola-lavoro per gli studenti e le studentesse, che possono così entrare in contatto con le realtà dell’industria 4.0.; con l’Università promuoviamo percorsi di orientamento per gli studenti; infine le aziende, associate tra loro, si scambiano best practice».

 

Sappiamo quanto è importante per le donne accedere alle discipline scientifiche.
Ma c‘è bisogno di donne in questo ambito?
Perché al suo head hunter ha chiesto un capo ingegnere donna?

«Perché oggi le aziende hanno un’esigenza primaria, che è quella di trovare soluzioni innovative. E queste si trovano mettendo a un tavolo persone con esperienze, intelligenze e sensibilità diverse: uomini, donne, persone con disabilità, che provengono da Paesi diversi e così via. Il confronto tra punti di vista diversi è la vera chiave dell’innovazione.»

 

Anche a livello c- executive?

«Lo stesso concetto di leadership oggi è cambiato. La tradizionale leadership di tipo direttivo sta pian piano tramontando, per lasciare il posto a valori come collaborazione, team work, resilienza, che si sposano perfettamente anche con una guida “al femminile”. Le soft skill sono diventate hard skill, punti di forza su cui le aziende stanno puntando sempre di più».

 

Si sente spesso dire che le donne sono condizionate e penalizzate dalla necessità di conciliare vita lavorativa e vita familiare. Non è un ostacolo?

«Lo è sempre meno. Con le nuove generazioni questa differenza si sta assottigliando. L’accudimento dei bambini piccoli, la necessità di andare a prendere i propri figli a scuola o di portarli dal pediatra non riguarda più solo le mamme. Sono sempre più numerosi i papà che desiderano integrare la vita professionale con quella familiare. Da questo punto di vista donne e uomini saranno presto sullo stesso piano, e questa parità faciliterà le cose.

Il futuro si crea insieme, e mi auguro che saremo sempre più numerosi ad accogliere questa grande sfida».

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