«La Costituzione parla chiaro: lavoro dignitoso per tutti, non c’è bisogno del salario minimo»

Bottaro, Hr di Avio spa: «La strada migliore? Estendere la contrattazione collettiva»

stefano bottaro

«L’articolo 36 della Costituzione, così lungimirante, basta a dare garanzie. È scritto in modo molto chiaro: il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Stefano Bottaro, Human Resources Director di Avio spa, non vede la necessità dell’introduzione di un salario minimo che, a suo avviso, non ha nulla a che vedere con la discussione che si fece all’epoca delle “gabbie salariali”, quando si ragionava sul fatto che lo stesso stipendio a nord o a sud del Paese permettesse stili e condizioni di vita molto diverse.

Non trova il salario minimo una misura necessaria?

«Nel mondo del lavoro esistono i contratti nazionali di categoria, nei quali è previsto già il minimo retributivo. Laddove non esista un riferimento preciso – casi rari perché abbiamo attualmente in vigore oltre 900 contratti collettivi – arriva la giurisprudenza. Ci sono diverse sentenze di merito e di legittimità che specificano il riferimento proprio all’articolo 36 della Costituzione per inquadrare la “giusta retribuzione”, anche facendo riferimento, per analogia, a contratti collettivi che possano essere applicati».

Cosa sta succedendo, quindi?

«È successo che è stata creata nel tempo una certa quantità di contratti “pirata”, che stabiliscono forme di lavoro, minimi orari e altre condizioni al di sotto di ciò che hanno concordato i sindacati maggiormente rappresentativi, nella contrattazione di riferimento. Andrebbe regolamentata tutta quella zona grigia. Non vedo cosa possa aggiungere una legge sul salario minimo. Le leggi, i contratti collettivi e le sentenze sull’argomento esistono, basta applicarle e, laddove vengano disattese, intervenire in maniera decisa».

Negli ultimi anni è stato anche acceso il dibattito sui rider…

«Il rider dovrebbe essere un lavoratore dipendente, non un libero professionista, una figura da far confluire in un contratto collettivo, quello che è più vicino, per natura, alla mansione che svolge».

In Europa, però, sono rimasti pochi i Paesi che non prevedono l’applicazione del salario minimo…

«Occorre tuttavia capire se ci si trova di fronte a una legislazione sul lavoro uguale alla nostra; non so se esista un paese con 985 contratti collettivi di lavoro in essere. Credo che si debba fare attenzione e prendere in considerazione il mondo del lavoro nella sua complessità: il settore chimico, ad esempio, è abbastanza ricco e un “minimo orario” più alto non avrebbe particolari ripercussioni; nel settore metalmeccanico magari sì. In ogni caso, spingere sul salario minimo equivale a sostenere che la contrattazione non valga nulla. Inoltre, bisogna essere consapevoli che, quando si forza troppo il mercato, ci si può trovare anche di fronte a situazioni boomerang. Occorre ragionare anche in relazione al fatto che certi settori vivono momenti di grande produttività e altri di calo. Quando fu emanato il decreto Dignità il tempo determinato passava dai tre ai due anni al massimo e dopo i successivi dodici mesi subentrano le causali per il ricorso al CTD. Questa situazione ha forzato il mercato a trovare delle scappatoie – vedi il ricorso massiccio allo staff leasing – perché una cosa è se si tratta di lavoratore infungibile, ma se si sta ragionando su figure che svolgono funzioni molto ripetitive, per le quali sono necessari pochi giorni di formazione per poter svolgere la prestazione lavorativa, è più facile lasciare a casa queste persone alla fine del contratto a tempo determinato e assumerne di nuove. In generale, invece, penso che le aziende – quando hanno tra le mani persone valide – abbiano tutto l’interesse a trasformare i contratti da tempo determinato in tempo indeterminato».

Insomma, per lei la contrattazione resta la strada migliore…

«Sì, perché solo se le parti sociali sanno cosa è meglio per entrambe sanno anche quali percorsi intraprendere. La soluzione non è dare un salario minimo, ma fare sì che la contrattazione riguardi il più possibile tutti i settori lavorativi. Inoltre, mi sfugge come l’istituzione del salario minimo potrebbe conciliarsi con la contrattazione collettiva in essere. In Italia i contratti collettivi sono molto dettagliati e puntuali, oltre al fatto che generalmente sono previsti anche accordi di secondo livello, che dettagliano salari e indennità aggiuntive (in primis i premi di produzione). Credo per questo che sarebbe meglio proseguire sulla strada già avviata e lavorare per estendere i diritti a chi oggi non ne ha».

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