Centri per l’impiego, pochi investimenti e risultati scarsi

Il rapporto dell’Agenzia nazionale politiche per il lavoro: poco personale, sistemi tecnologici obsoleti, carenza di banche dati e una burocrazia che assorbe la gran parte del tempo lavoro. Ma l’Italia investe poco nel supporto a chi è in cerca di occupazione. Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso

personale centro per l'impiego

Il mondo dei Centri per l’impiego è fuori dal tempo.

Si parla da decenni di politiche attive del lavoro, ma i Cpi italiani servono soprattutto a sé stessi (in alcuni centri il 60% del tempo lavoro se ne va in burocrazia e disbrigo di pratiche): non si fa attività di scouting di lavori o di talenti, non sono in rete tra loro, molti uffici lavorano con sistemi tecnologici obsoleti, addirittura senza connessione web. Qualche eccellenza nel Nord del Paese, un disastro al Sud. Sono i principali dati che emergono da un monitoraggio di Anpal (Agenzia nazionale politiche attive per il lavoro), coerenti con altri dati relativi alla spesa nazionale in politiche attive del lavoro.

In tempi in cui il reddito di cittadinanza occupa le prime pagine dei giornali ed è al centro del dibattito politico, può essere utile capire quanto investe l’Italia nel supporto ai disoccupati per la ricerca di un lavoro. Secondo i dati Eurostat, di recente riportati dal Sole 24 Ore, l’Italia spende appena 200 euro a persona, contro i 6 mila della Germania, i 3 mila di Svezia e Olanda, i 1.800 della Francia.

Centri per l’impiego, non bastano le forze in campo

Come certifica l’Anpal nel suo ultimo rapporto, sono appena 8 mila gli operatori impiegati nei servizi che assistono i disoccupati nella ricerca di un nuovo lavoro. Impietoso il confronto con gli altri Paesi europei

I dati Eurostat sopra citati fanno il paio con le rilevazioni dell’ultimo monitoraggio dell’Agenzia nazionale politiche per il lavoro (Anpal): nel 2017, si legge nel report, i 501 Centri per l’impiego hanno contato su appena 8 mila addetti, ciascuno dei quali ha sbrigato le pratiche di circa 360 richiedenti. La crisi degli ultimi dieci anni ha raddoppiato la mole di lavoro dei centri: si stima che nel 2017 si siano rivolti agli uffici per il collocamento circa 2,8 milioni di persone, con una media di 801 visitatori per operatore – 922 nel Mezzogiorno – e di 359 contratti stipulati.

Nonostante ciò, sui circa 30 miliardi spesi annualmente per le politiche del lavoro, solo 700 milioni sono stati utilizzati per il mantenimento dei servizi dei Centri per l’impiego, mentre la stragrande maggioranza delle risorse è stata risucchiata dai sussidi di disoccupazione e cassa integrazione, e in minor parte da interventi di politiche attive, come gli incentivi per l’assunzione. Di qui l’esiguo numero degli operatori, cifra irrisoria se paragonata alle forze messe in campo dagli altri principali paesi europei. Se nel nostro Paese gli operatori raggiungono le 8 mila unità (di cui 1.737 solo in Sicilia) in Germania toccano le 110 mila, in Francia 45 mila, in Gran Bretagna 60 mila.

La carenza di organico è il primo di una corposa lista di problemi, segnalati nel Monitoraggio dei servizi per il lavoro pubblicato dall’Anpal per l’anno 2017. Se la scarsità di risorse umane è segnalata nell’83% degli uffici, l’inadeguatezza delle dotazioni informatiche è lamentata in più del 50% dei casi.

Volendo immaginare una “torta” delle criticità, la penuria di addetti sommata alla carenza di figure professionali specifiche costituisce il 60% del totale, a cui si aggiungono problemi come il malfunzionamento dei software di gestione o della linea Adsl (18,3%), la non disponibilità di un pc per operatore (8,8%), la mancanza di banche dati (7,7%), spazi e uffici inadeguati (5,9%).

Queste condizioni, tra loro combinate, incidono fortemente sulla capacità di assicurare una risposta di servizio adeguata sia alla domanda proveniente dal mercato del lavoro locale (imprese, persone), che all’esigenza di rispondere a protocolli e procedure di funzionamento ordinari quali, ad esempio, la produzione di atti amministrativi, l’aggiornamento di basi di dati gestionali, il conferimento di informazioni ad altre amministrazioni”, si legge nel rapporto Anpal. Dichiarazioni che suonano come un campanello d’allarme.

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