Rapporto tra giovani e lavoro in Italia: fotografia di un problema

Troppi stage e migliaia di posti di lavoro che restano scoperti per mancanza di competenze. Troppo istruiti, ma in settori dove non c’è offerta di lavoro o impegnati in attività low skill. Il mismatch impatta direttamente sulla produttività. Giovani e lavoro: un sistema da ripensare

rapporto tra giovani e lavoro

Il rapporto tra giovani e lavoro è sempre stato problematico. Nessuna riforma è riuscita a intaccare l’invidiabile primato italiano di aver il maggior numero di giovani disoccupati tra i paesi più industrializzati. Abbiamo da un lato un eccesso di stage, che in alcuni casi nascondono forme di lavoro sottopagato, e dall’altro Confindustria Emilia-Romagna e Federmanager che denunciano la carenza di 90.000 tecnici da impiegare entro il 2022. Per questo c’è chi, come il docente e saggista Alessandro Rosina, suggerisce di risolvere il problema giovani e lavoro alla base, partendo cioè dall’orientamento.

Sono tre le grandi direttrici che consentono di scattare una foto del rapporto problematico tra i giovani italiani e il mondo del lavoro.

Disoccupazione
La disoccupazione giovanile a giugno 2018 nell’Eurozona, in base ai dati Eurostat, è pari al 16,9% e al 15,2% nella Ue a 28. Il tasso più alto è registrato in Grecia (42,3%), seguito da Spagna (34,1%) e Italia (32,6%), in crescita rispetto al 32,2% registrato a maggio dello stesso anno.

Stage
Stiamo diventando un Paese di tirocinanti e stagisti, formule troppo spesso abusate per nascondere sfruttamento e lavoro sottopagato. L’anno scorso sono stati attivati quasi 368.000 tirocini extracurriculari (il doppio del 2012). Molti fanno capo al programma Garanzia Giovani, varato con l’obiettivo di inserire i giovani nel mondo del lavoro, ma che in molti casi finisce per finanziare situazioni di sfruttamento, senza sbocchi né prospettive di assunzione. E i dati della disoccupazione giovanile sono lì a dimostrarlo.

Mismatch
E’ ancora molto forte il gap tra quello che si studia e i lavori richiesti dal mercato, con il paradosso che spesso si hanno giovani troppo qualificati in settori in cui non c’è prospettiva occupazionale. I numeri dell’Istat, che ha analizzato le posizioni lavorative di circa 1,8 milioni di laureati e diplomati,  parlano chiaro: 437 mila giovani con un titolo di studio più elevato rispetto a quello richiesto per svolgere il lavoro per il quale sono stati assunti. Si tratta del 18% dei diplomati e del 28% dei laureati, molti dei quali impegnati nei cosiddetti lavoretti della gig economy: in genere hanno una formazione medio/alta a fronte di limitate competenze lavorative richieste.

Il mismatch di qualifiche e competenze ha un impatto diretto sulle imprese e sull’economia del Paese. «Il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi – ha dichiarato al Sole 24 Ore Stefano Scarpetta, capo della direzione Lavoro dell’Ocse – Questo disallineamento è un aspetto chiave della situazione strutturale dell’economia italiana: a fronte di miglioramenti nei tassi di occupazione, la produttività del lavoro è addirittura diminuita, riaprendo un gap crescente con altri paesi avanzati, come Stati Uniti, Germania e Francia».  

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