Ricerca del lavoro, gli italiani fanno da sé

Il Rapporto 2020 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica boccia i Centri per l’Impiego e conferma la tendenza dei nostri concittadini a rivolgersi a familiari e amici per trovare un lavoro ma questo processo non favorisce merito e parità di accesso.

Ricerca lavoro

Per molti non sarà una sorpresa. I Centri per l’Impiego, al centro di una sontuosa riforma che avrebbe dovuto trasformarli, continuano a dimostrarsi fondamentalmente inefficaci nella ricerca di un posto di lavoro. Le politiche attive del lavoro non sono di casa da quelle parti.  La Corte dei Conti ­ha voluto sottolineare come l’87,2% degli italiani alla ricerca di un’occupazione prediliga canali informali, come parenti, amici e conoscenti, agli strumenti messi a disposizione dallo Stato (fonte: ‘Audizione nell’ambito dell’attività conoscitiva preliminare dell’esame del programma nazionale di riforma per l’anno 2020 e della relazione al Parlamento’).

Sono solo il 23,5% le persone in cerca di lavoro che scelgono di rivolgersi a un Centro per l’Impiego e solo il 2,2% coloro che hanno effettivamente trovato lavoro affidandosi al collocamento pubblico.

I Centri per l’Impiego avevano goduto di un breve periodo di fortuna negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, con un picco del 31,6% nel 2012 e un successivo declino, come riportato dall’Indagine conoscitiva sul funzionamento dei servizi pubblici per l’impiego in Italia e all’estero

dell’Istat. Con un tasso di successo nell’occupazione così basso non è difficile immaginare che molti disoccupati potrebbero non prendere nemmeno in considerazione l’idea di rivolgersi ad essi, se non per adempiere a pratiche burocratiche o per altri servizi gestiti dai centri e collegati al reddito di cittadinanza.

Grazie ai navigator, al centro della riforma voluta dal ministro Di Maio con il precedente governo gialloverde, i centri per l’impiego dovevano diventare il motore delle politiche attive del lavoro, ma i risultati tardano ad arrivare. A questo tema avevamo dedicato un approfondimento pochi mesi fa. Ora la Corte dei Conti non fa che confermare quella che era un’evidenza.

Dal rapporto emerge che, laddove lo Stato non riesce a fornire un servizio adeguato, i cittadini fanno da sé perpetuando una cultura non sempre positiva. Una condizione del genere è quella in cui potrebbero generarsi barriere all’ingresso del mondo del lavoro, scarsità di processi di selezione concretamente meritocratici e un’eccessiva influenza della vita personale su valutazioni che dovrebbero invece cercare di mantenersi il più inclini possibili all’oggettività.

Al rapporto presentato la Corte dei Conti aggiunge una considerazione finale, che vuole essere forse un’esortazione a fare meglio: “Sono dati che mostrano come permangano elevati gli spazi di miglioramento che l’Italia ha nel campo dei servizi per favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro e come l’opportuna sfida del rilancio dei Centri per l’impiego, ora ulteriormente valorizzata dal PNR, resti ancora da vincere”.

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